Archivio per novembre, 2008
L’autorità massima del monastero è nelle mani dell’abate che può avere alle sue dirette dipendenze un priore ed un sotto-priore. Nei grossi monasteri, l’amministrazione spiccia è a carica di diversi altri monaci. Il priore è il vice dell’abate che, tra l’altro, lo sostituisce durante le sue assenze. Se necessario può essere coadiuvato da un sotto-priore.
Il cantore (o precentor) si occupa dei canti durante i servizi divini. Suo assistente è il succentor. È anche uno dei tre monaci che conserva le chiavi del monastero. Tra gli altri suoi compiti c’è
- l’istruzione dei novizi
- l’opera di libraio ed archivista e, quindi, la responsabilità della conservazione dei libri e di fornire i monaci con quelli necessari libri per le orazioni
- la preparazione di brevi biografie dei monaci morti (che poi venivano portate di convento in convento per dar notizia di chi era venuto a mancare).
Il portinaio è il monaco responsabile dell’ingresso e dell’uscita dal monastero.
La vita delle Case per Ferie può essere influenzata da periodi di crisi esterni, questi eventi provocano cambiamenti e la questione dell’etica diviene a volte un elemento fondamentale per non dimenticare l’identità che caratterizza la comunità in sé.
In situazioni di crisi, lo stato d’animo diffuso è l’incertezza, l’insicurezza ed il senso di precarietà che in periodi come questo diventano compagni di vita quotidiana. Uno dei fenomeni di ‘decadenza’ della società in cui viviamo è la perdita dei valori etici. Spesso è difficile parlare di etica in un periodo di crisi e quello che si cercherà di fare sarà trovare il giusto equilibrio tra esigenze economico-finanziarie delle nostre comunità ed esigenze sociali di chi le attività produttive le crea, nel rispetto dei valori.
L’etica non è uno strumento di marketing, ma è una filosofia di vita che dovrebbe accompagnare ogni evento o progetto per raggiungere uno sviluppo sostenibile e lungimirante e creare cultura. Spesso si tende a banalizzare, a sottovalutare la cultura intesa sia come accademica che come esperienza di vita. Tutto ciò è dovuto spesso ad un impoverimento dell’animo , a volte poco curioso e poco aperto alla diversità.
Come far interagire l’etica e l’azione organizzativa delle strutture aumentando l’efficienza e la felicità di chi ci lavora?
La vigilia di Ognissanti del 1541, vide il rivelarsi dell’opera che più profondamente sia riuscita a radicarsi nell’inconscio collettivo di un’epoca e nell’organigramma della civiltà occidentale in generale; tale data, infatti, segna il giorno fatidico in cui “Il Giudizio Universale” di Michelangelo fu scoperto ed esposto all’attenzione del grande pubblico di tutta Europa. Ben presto l’entusiasmo generale, di fronte ad un’opera di tale incisività e potenza, raggiunse livelli enormi e fu il motivo di un vero e proprio fenomeno di pellegrinaggio per poter ammirare la bellezza terrificante dell’affresco.
L’ abbiamo chiamata terrificante non a caso: in essa, il tormento interiore dell’artista e le inquietudini di un’epoca prendono forma attraverso un linguaggio semantico consueto all’iconografia pittorica tradizionale, ma su cui interviene un profondo intervento individuale da parte di Michelangelo, che riesce così a creare un ponte tra le proprie inquietudini individuali e i contenuti di portata cosmica espressi nell’opera.
Le comunità monastiche sempre ed ovunque hanno accordato una generosa ospitalità a tutti con spirito di servizio. Per questa ragione i monasteri costruiti lungo vie molto trafficate erano particolarmente attrezzati allo scopo e molto apprezzati. Spesso accoglievano anche ospiti di riguardo come re, principi e vescovi in viaggio insieme alle loro corti ed accompagnatori. Le infermerie erano collegate a queste ali del monastero per curare anche gli ospiti che ne avessero bisogno.
Gli edifici adibiti all’ospitalità erano spesso suddivisi in aree distinte in funzione del censo di chi dovevano accogliere: ospiti importanti, altri monaci o pellegrini e poveri viaggiatori. Erano, inoltre, posizionati dove meno interferivano con la privacy del monastero ed avevano anche una cappella perché gli estranei non erano ammessi nella chiesa utilizzata da monaci e monache. L’infermeria era un edificio separato dedicato ad ospitare i monaci malati o deboli che erano affidati ad un monaco-medico. Era dotata di un orto per la coltivazioni delle erbe medicinali, il giardino dei semplici.
La città di Anzio, adagiata su circa 15 km di spiaggia e appoggiata su un piccolo promontorio che declina verso il mare è una delle poche città che divisa in due riviere riesce ad offrire l’alba sulla spiaggia di levante e il tramonto su quella di ponente il mare, che da sempre ha caratterizzato Anzio, costituisce da un punto di vista geografico-naturale un patrimonio insostituibile per questa Città e sotto il profilo storico-culturale l’elemento che ha influenzato periodi di forte sviluppò odi grande crisi.
Dalla spiaggia è possibile ammirare tutto quello che è il patrimonio culturale-archeologico della Città: dalla costa di levante alla costa di ponente. Si parte dal Paradiso sul mare, palazzo del Novecento in stile liberty destinato al Casinò, che conserva a tutt’oggi lo stile e la bellezza di quel tempo, per passare poi al porto, risorsa vitale per la Città che intorno a quel bacino è nata e si è sviluppata, quindi il lungo tratto che dalla Darsena, costeggiando un patrimonio archeologico ineguagliabile, la Villa di Nerone e le sue grotte, porta a Lido dei Pini. E ‘A che il sole va a nascondersi per riapparire, qualche ora più tardi, di fronte al Paradiso sul Mare.
San Benedetto, o meglio il suo alto spirito, è una presenza sicura e luminosa che risplende nelle oasi benedettine di Trisulti, Casamari e Cassino. Le tre magnifiche abbazie sono la rappresentazione concreta dell’ideale benedettino che prevedeva l’autosufficienza monastica e una architettura armoniosa e funzionale.
Questi tre pilastri della spiritualità raccontano i percorsi e definiscono le tracce di monaci ed eremiti che fondarono chiese, abbazie o piccoli romitaggi in secoli lontani. E armoniosa e possente è Trisulti, immersa nei boschi del monte Rotonaria. Nacque nel 1000 ad opera dei benedettini e oggi è affidata alle cure dei cistercensi di Casamari.
Rick Steves è una sorta di guru del viaggio intelligente e indipendente. Autore di trenta guide di viaggio sull’Europa e presentatore della serie televisiva Rick Steves’ Europe, propone al pubblico americano di viaggiare nel vecchio continente diventando «europei”. Per questo è attratto non solo dalle grandi città, ma anche dai piccoli e suggestivi centri fuori dai circuiti turistici più battuti.
Rick è uno dei personaggi televisivi più richiesti dalla TV pubblica e guadagna oltre un milione di dollari all’anno con le sue trasmissioni, in onda dal 1990. E autore e co-produttore delle realizzazioni per la sua casa di produzione, la Back Door Productions ma ancor prima è stato coautore di 52 episodi di Travels of Europe with Rick Steves, serie ancora trasmessa dalla televisione pubblica americana. Il primo viaggio in Europa di Steves risale al 1969, quando con suo padre, importatore di pianoforti, ha visitato alcune fabbriche di questo strumento. E proprio dando lezioni di piano ha poi proseguito la sua avventura europea.
Il Capitolo, è il locale deputato alle riunioni della comunità monastica dove:
- Il postulante si presenta a chiedere l’ammissione al monastero
- l’abate impone il nome nuovo al postulante che così diventa novizio e, in segno di umiltà ed affetto, gli lava i piedi, seguito in ciò da tutti i fratelli;
- Il novizio emette i voti divenendo monaco
- l’abate convoca i suoi monaci per consultarli su questione importanti per la comunità .
- funge anche da camera ardente per la veglia dei monaci deceduti.
Sebbene San Benedetto non abbia mai nominato esplicitamente il capitolo, non di meno egli aveva ordinato nella Regola dei momenti di riunione così, intorno al IX secolo, si cominciò ad adibire un apposito locale allo scopo scegliendolo sempre accanto al chiostro.
Per chi non ha mai visitato la terra di Simón Bolívar e del fiume Orinoco, è difficile percepire i dislivelli sociali, economici e politici di un paese grande e giovane, dove il Vecchio mondo s’intreccia con il Nuovo e l’interscambio fra le razze sembra non avere altre barriere che quelle della nuova globalizzazione, di cui si parla tanto oggi in tutto il mondo.
La costante ricerca di nuovi orizzonti di sviluppo e tecnologizzazione della cultura sembra contrastare attualmente con questo paese, che invece sta cercando la ricostruzione della propria identità nazionale sotto l’ideale patriottico del pensiero bolivariano, il quale, più che rivoluzionario, potrebbe essere considerato innovativo per chi si avvicina solo come osservatore esterno. La riflessione che voglio proporre in queste righe non si basa su quale tipo di governo conviene o no adoperare per realizzare tale ricostruzione, cosa che compete a politici e sociologi, bensì vuole essere un contributo per il riscatto del valore umano e morale che l’uomo ha nella società moderna, e che sembra sfuggire a molti che tentano di svolgere un ruolo sociale e governativo, dimenticandosi che è più importante essere e servire che, avere e potere.
San Benedetto nella Regola menziona gli ambienti ed i ruoli chiave dell’organizzazione monastica con grande esattezza: l’oratorio, il dormitorio, il refettorio, la cucina, i magazzini, l’infermeria, il noviziato, gli ambienti per gli ospiti e indirettamente, il capitolo, l’abate, il priore, il cellario, l’infermiere ecc.
L’ampiezza delle comunità monastiche variavano enormemente in funzione della ricchezza e del prestigio: alcune erano piccolissime, altre (poche) potevano accogliere anche 900 monaci. In media però ne riunivano da 10 a 50 perché l’Abate doveva conoscere e seguire i suoi monaci e guidarli come un padre spirituale.
Solitamente costruito vicino ad un corso d’acqua, l’intero complesso monastico era orientato in modo che l’acqua poteva essere convogliata verso le fontane e la cucina prima di raggiungere la lavanderia ed i bagni.
Le origini della struttura del tipico monastero rimangono oscure. Probabilmente i monaci si rifecero in parte alle ville romane, edifici a loro familiari e costruite su uno schema unico in tutto l’Impero. D’altra parte i monaci, quando potevano, stabilivano le loro comunità in edifici preesistenti, spesso proprio delle ville di origine romana che poi adattavano alle loro esigenze. A volte occupavano anche edifici precedentemente dedicati a culti pagani.










