Archivio per ottobre, 2009
DEGLI ORDINI RELIGIOSI

Riferendoci spesso agli ordini religiosi, ci è sorto il dubbio che, magari, sarebbe bene approfondire un po’ la differenza fra conventi e monasteri e quella tra suore, monache, monaci, frati e padri. Proviamo quindi a compilare un brevissimo vocabolario sull’argomento.
Abate e Abbadessa :
dal siriano «Abbas» (in copto «Aba »), che significa «padre». L’Abate è il superiore maggiore del monastero «sui iuris» dei Canonici regolari di sant’Agostino, dei Premostratensi, dei Benedettini, dei Cistercensi.
Abbazia:
residenza di religiosi con autonomia di gestione retta da un abate o da un’abbadessa. Si tratta di un termine usato soprattutto nell’Ordine Benedettino. L’abbazia ha caratteristiche costruttive costanti sue proprie, funzionali all’organizzazione della vita monastica, caratteristiche che hanno cominciato a formarsi e essere osservate con regolarità intorno all’anno 1000.

Che il sole sia causa prima della vita, l’uomo l’aveva capito fin dai suoi primi passi sulla Terra. Con il tempo questa consapevolezza è stata offuscata dalla luce artificiale del progresso tecnologico, e la natura ha abbandonato il suo ruolo di presenza “divina”, rassicurante ma al contempo ammonitrice, diventando una curiosità da studiare, capire e manipolare in funzione del benessere dell’uomo. A cosa ha portato tutto questo? Deforestazione, effetto serra, riscaldamento globale, desertificazione, inquinamento dell’aria e dell’acqua, sono solo alcuni degli effetti di una crescita incontrollata dello sfruttamento delle materie prime e di uno spreco di risorse che, fino a poco tempo fa, si credeva fossero interminabili.

La casa abitata da S. Caterina Benincasa, la mistica e ardente santa senese, situata nel rione di Fontebrunda si trasformò ,dopo la sua canonizzazione (proclamata nel 1461 dal Papa senese Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini) gradualmente attraverso i secoli, nell’odierno Santuario.
Ogni locale della casa divenne un oratorio, a cominciare dalla tintoria gestita dal padre della santa insieme ai figli maschi. Nel 1484 gli uomini del rione, con i contributi del Comune, comprarono la casa e ricavarono una cappella al livello della strada. Nel 1488 nacque la Confraternita di S. Caterina in Fontebranda e i suoi membri trasformarono lo stanzone sopra la nuova cappella in altro oratorio, come sede, luogo di riunione e di culto. Nel 1611 si iniziò la costruzione di un altro oratorio, ove custodire il duecentesco Crocifisso davanti al quale la Santa ricevette le stigmate di Gesù Crocifisso, che la tradizione pisana attribuisce a Niccolò Pisano. Nel 1939 S. Caterina fu proclamata da Pio XII compatrona d’Italia.
Il Santuario di Farfa

La fondazione originaria di Farfa, Santuario e Monastero dei Benedettini, risale al V secolo, a opera di S. Lorenzo Siro, vescovo della Sabina, come cenobio. Devastata dai longobardi nel secolo VI, verso la fine del VII secolo fu ricostruita da parte di S. Tommaso da Maurienne (Savoia), come Santuario mariano. Poco dopo divenne abbazia imperiale. Dopo aver subito le vicende politiche dei vari secoli, nel 1919 tu ricostituita dalla Congregazione cassinese che mandò alcuni monaci dell’abbazia di S. Paolo Fuori le Mura di Roma. La Chiesa di S. Maria di Farfa fa parte del complesso monastico.
Il Santuario, ricostruito nel 1492 dal Cardinale Orsini, ha una facciata tripartita, con portale gotico, e sulla lunetta un affresco di scuola umbra della fine del ‘400, che rappresenta la Madonna con il Bambino e Santi. L’interno è a tre navate, sostenute da colonne romane di granito e cipollino; soffitto ligneo in oro e azzurro a cassettoni della fine del ‘400.

Secondo la cronaca fatta da Tommaso da Celano nel suo Trattato dei miracoli, queste furono le parole di Francesco d’Assisi sul suo letto di morte nel 1226. «Benedetto Iddio! Il quale ci ha mandato il fratello nostro donna Giacoma! Ma aprite le porte — aggiunse — fatela entrare e conducetemela, perché per frate Giacoma non va osservata la clausura stabilita per le donne».
Ma chi era questa donna fortunata con cui il santo parlava come con un amico? Che chiamava addirittura “fratello”, come fosse uno dei frati con cui girava l’Italia in lungo e in largo predicando la Regola? Giacoma, o Jacopa de’ Settesoli (de’ Normanni, poi Frangipane del ramo de’ Settesoli), infatti, non era frate neanche un po’ e sul suo letto di morte della Porziuncola ad Assisi, Francesco di certo non aveva voglia di scherzare sul genere sessuale della sua cara amica. Ma quell’appellativo “frate” tradisce un affetto speciale, una complicità quasi cameratesca assai diversa dall’amore spirituale che legava il Poverello d’Assisi a un’altra delle sue donne. A Chiara, infatti, non fu permesso di lasciare il convento di San Damiano per vegliano nelle sue ultime ore. Chiara era una sorella. Jacopa no. Nonostante facesse dei mostaccioli divini, di cui, infatti, il santo chiese un assaggio poco prima di congedarsi dal mondo.
Divino Amore

Le origini della Chiesa risalgono al XIII secolo, quando in quella zona sorgeva una specie di fortezza della famiglia Orsini, chiamata Castel di Leva, passata ai Savelli con il nome di castello del Leone.
Su una torre era affrescata un’immagine della Vergine, molto venerata dai pastori della zona.
Nel 1740 un pellegrino, che passava di lì, stava per essere assalito dai cani: chiese aiuto alla Madonna e fu miracolosamente salvo.
“il Mistero dell’Intuizione”

Scrivere sull’intuizione e sull’apprendimento intuitivo è veramente un compito arduo nel linguaggio razionale delle parole. E’ un fatto che musicisti, artisti, poeti e quanti impiegano forme di espressione non verbale, hanno un accesso più diretto alla conoscenza intuitiva ma, ciò nonostante, molti di noi sentono il bisogno persistente di comunicare la propria esperienza e cercano di farlo con le parole.
Per esperienza tutti pensiamo di conoscere l’intuizione, eppure essa resta spesso repressa o non sviluppata, in quanto funzione psicologica ( apparentemente), l’intuizione è un modo di conoscere, come sensazione, sentimento, pensiero. Quando sappiamo qualcosa in modo intuitivo invariabilmente essa suona come vera, eppure spesso non sappiamo come sappiamo ciò che sappiamo.
Benché tutti possediamo l’intuizione, essa è più sviluppata e più immediatamente utilizzabile in alcuni di noi rispetto ad altri; tuttavia possiamo risvegliarla e impiegarla in modo utile e proficuo nella nostra vita profana.
Imparare a usare l’intuizione significa imparare a essere il proprio maestro e a mettersi in contatto con il nostro guru interiore.
Alla scoperta di Platone

Terza ed ultima parte.
Ultima questione: da dove vengono all’anima umana le Idee? Esse sono – dice Platone – come dimenticate in fondo all’anima e sono apprese, conosciute, ogni volta che l’anima ci riflette sopra. Così conoscere non è altro che ricordare e in altre parole riportare alla luce della coscienza le Idee che sono come sepolte in noi. Lo strumento più adatto per farlo sarà naturalmente la filosofia.
Prima di concludere, bisogna ancora parlare di un aspetto fondamentale del filosofare platonico e cioè del significato del mito. In Platone il mito serve… per illustrare le verità più profonde. Esso inoltre non pretende di dimostrare in senso stretto ogni cosa, ma vuole stimolare, spronare alla ricerca degli ultimi perché. Con ciò Platone ha evitato di usare, da un lato, il mito solo in senso fantastico o in modo astratto e intellettualistico, dall’altro ha superato lo scoglio del razionalismo, cioè la pretesa di ridurre tutto ad una spiegazione puramente razionalistica o logica.
Del resto la filosofia, avendo spesso a che fare con i problemi più difficili, si trova sovente ai confini dell’indicibile e dunque, per risolverli, si avvale del ricorso al mito, il quale illustra qualcosa che si può ritenere valido e indicativo anche se non è rigorosamente spiegabile o dimostrabile.
Alla scoperta di Platone

Seconda parte.
In che cosa consisterà allora questa felicità per l’uomo? Platone affronta a fondo questo problema in un dialogo intitolato Filebo. La vita migliore per l’uomo consiste, secondo Platone, in una miscela proporzionata d’intelligenza e di piacere. Insomma, tutto ciò che ha proporzione e bellezza: ecco qual è la vita buona per l’uomo. Con l’educazione l’uomo imparerà a distinguere quali sono i veri piaceri e quali sono le cose che danno la vera felicità.
Perché ci si potrebbe ancora chiedere – si dovrebbe voler essere felici e giusti? Perché – risponde Platone – la giustizia è in sé il bene supremo dell’anima. La giustizia, in altre parole, è salute e armonia dell’anima, come la salute fisica e la bellezza esteriore sono desiderabili per il corpo. Inoltre, nonostante le apparenze, i giusti vivono comunque meglio e sono più felici degli ingiusti. Certo, Platone è consapevole che la felicità non potrà mai essere perfetta su questa terra, ma alla vita terrena egli contrappone costantemente un altro mondo, un mondo migliore in cui vi sono valori imperituri e soprattutto vi è il Bene, il valore più alto.
Alla scoperta di Platone

Nella prospettiva di Platone, valori morali e politici formano tutt’uno. Il problema di Platone è come possiamo trovare una giustizia oggettiva, superiore al mutevole interesse degli uomini ed ai rapporti di forza, rispettosa della verità oggettiva e della coscienza, suprema istanza morale dell’uomo.
L’uomo, infatti, non vive una vita pubblica separata dalla sfera personale e privata: l’uomo è per Platone autenticamente cittadino, poiché la polis è vista come il luogo per eccellenza dove l’uomo può essere veramente se stesso, può trovare la sua identità.
Cos’è una polis? Essa è composta di molti individui che formano un’unità, con dei compiti diversi. Così ad esempio l’artigiano produce dei beni che saranno consumati da tutti, l’uomo d’armi difende la città dai nemici, lo statista la governa. Ciascuno di questi uomini svolge una sola attività, ma essa è rivolta al bene della collettività.
