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Perché la scalinata di Trinità dei Monti è un po’ francese?

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Un episodio di diplomazia urbanistica fra ‘600 e ‘700

E’ una delle mete irrinunciabili per tutti i turisti in visita a Roma. Una meta scontata. Banale, a volte. Per i romani, invece, è il luogo migliore per darsi appuntamento e cominciare un pomeriggio di shopping e “struscio” fra i negozi di via del Corso. D’altro canto è impossibile non vederla. Un po’ più complesso è invece vedersi, perché Trinità dei Monti è sempre molto frequentata di notte e di giorno. Sono talmente tante le generazioni di giovani che hanno passato su quei gradini gran parte dell’adolescenza che la piazza è ormai da considerarsi come una specie di “rito d’iniziazione” per legioni di ragazzi alternativi (punk, dark, metallari). Ogni anno, comunque, è sempre più difficile fare “tappa” sulla scalinata, visto che puntualmente mille delibere comunali cercano di limitare l’uso rilassante che si fa da sempre dei suoi 136 gradini. Per il decoro, dicono. Per l’immagine di Roma.

Eppure, il problema dei “bivacchi” a Trinità dei Monti non è qualcosa di moderno se già nel 1737, meno di un decennio dopo la sua costruzione su progetto di Francesco De Sanctis (a sua volta ispirato da Gian Lorenzo Bernini), si denunciava l’abitudine estiva di incontrarsi di notte fra la scalinata e il Pincio e lì dar via a canti e «balli con suoni fra uomini e donne, non conoscendosi l’un l’altro». Detto fatto. Scopertone l’uso poco consono, furono subito presi provvedimenti e «Il cardinal Vicario, vi ha mandato i suoi esecutori ed e stato tolto l’abuso».

Certo, queste cose, alla scalinata devono essere sembrate inezie in confronto alla saga che è stata la sua nascita così immersa nel clima politico del dopo guerra dei trent’anni. Basta far caso alla toponomastica e ai finanziatori del progetto per rendersene conto. La piazza è dedicata alla Spagna, vista la presenza dell’ambasciata, mentre il convento e la chiesa sono francesi dalla testa ai piedi (anzi, dal campanile alle scale). Che due delle potenze più influenti del passato si siano date appuntamento a Roma serve a far capire due cose: la prima che la città era effettivamente «cuore d’Europa”, almeno negli anni di Alessandro VII e poi che di frequente, in quegli anni, i grandi affari di politica internazionale si risolvevano a colpi di matrimoni combinati e monumenti “particolari”.

Insomma, se la scalinata che conduce a Trinità dei Monti è un po’ francese è perché di mezzo, appunto, ci sono stati la guerra dei trent’anni e poi i trattati di pace fra Francia e Spagna sui Pirenei nel 1659 che si conclusero con la fine delle ostilità, con il matrimonio fra Filippo IV (re spagnolo) e Maria Teresa e con l’accettazione da parte degli sconfitti dell’assoluta e totale vittoria della Francia, personificata in un sovrano come Luigi XIV (il Re Sole) e in un personaggio assai interessante come il cardinale Mazzarino.

Fu sua, infatti, l’idea di trasportare a Roma la “visione” tangibile di questa rinnovata concordia fra le due potenze proprio all’indomani della pace dei Pirenei, anzi un anno dopo, nel 1660. E quale posto migliore di una piazza spagnola su cui “incombeva” la bella facciata “color aria” del convento di Trinità dei Monti? Funzionava tutto. La posizione delle due potenze (Francia sopra, Spagna sotto), l’epoca di rinnovamento urbanistico inaugurata da papa Alessandro VII e la possibilità di affidare i progetti al miglior architetto allora sulla piazza: Gian Lorenzo Bernini. Al papa, inoltre, non sarebbe mai dispiaciuto facilitare l’accesso al Pincio con una bella scalinata e alcune rampe per le carrozze. E la Francia si sarebbe vista riconoscere il suo trionfo nella città di Dio. Il piano era perfetto.

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Gli uomini del cardinale si misero subito al lavoro, Elpidio Benedetti, che era l’agente di Mazzarino a Roma, cominciò subito a prendere contatto con Bernini e l’architetto iniziò a studiare il disegno di questa nuova meraviglia urbanistica. Progettò una salita pensata espressamente per i cavalli e un’altra esclusivamente pedonale. Pensò a una piattaforma a metà strada e a una fontana ricca di elementi naturali e giochi d’acqua. Poi Benedetti gli confidò che l’ultimo tocco al progetto doveva essere una maestosa statua equestre di Luigi XIV che avrebbe dominato gli scalini. E lì, come si suol dire, cascò l’asino.

Perché nella città del papa non erano previsti altri protagonisti. E in più Alessandro VII non amava che gli si ricordassero gli esiti disastrosi della fine della guerra dei trent’anni in cui s’era ritrovato sostanzialmente solo — di certo senza l’aiuto della Francia di Luigi XIV e Mazzarino — a negoziare una sconfitta solenne e dolorosa durante la pace di Münster. Il punto di vista pontificio è stato perfettamente inquadrato da un grandissimo studioso di cose barocche come Krautheimer: «[...] nell’età dell’assolutismo ogni nuovo edificio costruito a Roma doveva servire solo a esaltare il nome dei Chigi e la gloria di Alessandro, e l’idea di Mazzarino non poté essere attuata».

E infatti Bernini, che era un gran conoscitore della psicologia del suo papa, ci pensò mille volte prima di firmare il progetto. O meglio, consegnò un disegno ma lo presentò sotto falso nome sia ai francesi che in Vaticano. Ma il papa Chigi si rifiutò comunque di costruire la scalinata. Il cardinale francese si offese e poi lasciò perdere, perché con una testa dura come il senese insistere era inutile. Di certo, e la certezza proviene sempre dagli studi di Krautheimer, l’abbandono del disegno berniniano fu un gran dispiacere per tutti, per il cardinale, per il papa e per l’architetto; visto che il risultato finale era splendido e funzionale, due aggettivi che caratterizzarono decisamente la politica urbanistica di quegli anni. Peccato per quella statua del re, che fu la causa di tutto il trambusto. Ma proprio per lui non c’era spazio a Roma. Non nella Roma di Alessandro VII.

A una soluzione, infine, si poté arrivare soltanto sessant’anni più tardi. I lavori li pagarono comunque i frati dell’ordine dei minimi che abitavano la chiesa di Trinità dei Monti (quindi la Francia), ma nel frattempo l’architetto e il pontefice erano cambiati e così pure la situazione politica. Roma non era più una Gerusalemme terrena e la presenza francese in casa, in fondo, non era più lo scorno più grande che ci si potesse immaginare.

In ogni caso, Francesco De Sanctis si basò molto sul progetto di Bernini ma, saggiamente (i tempi erano cambiati), eliminò la statua equestre del re francese. Ciò che ottenne è oggi fra le mete preferite dei turisti e il cruccio di ogni nuova amministrazione capitolina. Ma c’è da credere che alla scalinata non interessi più di tanto. Quando si è stati l’oggetto del contendere di un affare di politica internazionale come quello che vide coinvolti Vaticano, Francia e Spagna nella seconda metà del Seicento, quattro ragazzini che bivaccano sugli scalini in una sera d’estate non sono niente. Giusto un po’ di solletico.

TRATTO da :
101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma – 2008

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