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Archivio per la categoria 'Arte'

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Dal 18 luglio al 18 agosto 2010 la chiesa di Sant’Erasmo di Porto Ercole ospita la mostra-evento Michelangelo Merisi da Caravaggio “Chiuder la vita”.

L’esposizione, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Comune di Monte Argentario e da eni, è aperta al pubblico gratuitamente per la sua intera durata. Curata da Valeria Merlini e Daniela Storti con il coordinamento scientifico di Francesca Temperini e prodotta da Aleart progetti d’immagine, la mostra intende celebrare gli ultimi momenti della vita del grande artista che proprio a Porto Ercole concluse la sua esistenza. Scrive il biografo Bellori: “Così il Caravaggio si ridusse a chiuder la vita e l’ossa in una spiaggia deserta, ed allora che in Roma attendevasi il suo ritorno, giunse la novella inaspettata della sua morte, che dispiacque universalmente”

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Un episodio di diplomazia urbanistica fra ‘600 e ‘700

E’ una delle mete irrinunciabili per tutti i turisti in visita a Roma. Una meta scontata. Banale, a volte. Per i romani, invece, è il luogo migliore per darsi appuntamento e cominciare un pomeriggio di shopping e “struscio” fra i negozi di via del Corso. D’altro canto è impossibile non vederla. Un po’ più complesso è invece vedersi, perché Trinità dei Monti è sempre molto frequentata di notte e di giorno. Sono talmente tante le generazioni di giovani che hanno passato su quei gradini gran parte dell’adolescenza che la piazza è ormai da considerarsi come una specie di “rito d’iniziazione” per legioni di ragazzi alternativi (punk, dark, metallari). Ogni anno, comunque, è sempre più difficile fare “tappa” sulla scalinata, visto che puntualmente mille delibere comunali cercano di limitare l’uso rilassante che si fa da sempre dei suoi 136 gradini. Per il decoro, dicono. Per l’immagine di Roma.

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Appena entri è tutto normale, cioè normale per Roma: una chiesa fastosa ti accoglie fra stucchi e ori, il rumore del traffico svanisce e il tempo si ferma. Gli occhi si poggiano senza sosta da una decorazione all’altra, valutano la bellezza dei marmi policromi, poi si perdono nelle proporzioni gigantesche lasciando spazio a quel senso di soggezione che, alla fine, ogni monumento romano riesce a incutere anche nel più freddo dei visitatori.

All’esterno, invece, piazza Sant’Ignazio è una specie di introduzione teatrale allo spettacolo della chiesa dedicata al santo di Loyola, fondatore dei gesuiti. Come una quinta, i palazzi si curvano e si piegano, giocano con le forme concave e convesse e con la luce. La piazzetta è uno di quei punti magici della città, un gioiellino che sarà lì ad attenderti all’uscita, per un’ultima foto, per un momento di pausa prima di riprendere il cammino.

Madonna dei Palafrenieri

Se i palafrenieri avessero conosciuto in anticipo l’esito della vicenda, è molto probabile che l’Arciconfraternita si sarebbe risparmiata quei 75 scudi che spese per commissionare il quadro a Caravaggio. E non perché il risultato non gli piacque, né perché il pittore, per il quale è stata coniata una leggenda assai sospetta riguardo alla sua natura, diciamo così, sanguigna, commise degli errori o semplicemente se ne fregò una volta intascato il bottino. Ma perché il risultato del suo lavoro e della commissione dell’Arciconfraternita assunse ben presto, a guardare le date, connotati di una bega micidiale fra il teologico e il “diplomatico” nel quale si ritrovarono coinvolti innanzitutto i palafrenieri, poi i cardinali incaricati di supervisionare i lavori della Fabbrica di San Pietro, il papa Borghese, Paolo v e, soltanto in penultima posizione, Michelangelo Merisi da Caravaggio, che in questa vicenda appare incolpevole e quanto mai ligio al suo dovere. L’ultimo nome da tirare in ballo, infine, è quello dell’allora cardinal-nipote, Scipione Borghese, cui andò il privilegio di essere il vincitore morale della disputa e accaparrarsi l’opera allontanata dal Vaticano per la cifra tonda di 100 scudi.

Basilica Aracoeli

È una Basilica minore con titolo cardinalizio detta anche Santuario di Maria “Salus Populi Romani” o Santuario del S. Bambino d’Aracoeli. Eretti sul luogo dell’antica “Arce Capitolina” è la Chiesa del Senato e del Popolo Romano e simboleggia il trionfo del cristianesimo sul mondo pagano. La denominazione più antica è quella di S. Maria in Capitolio. La Basilica risale al IV-V secolo, sorta, secondo la leggenda, dove la Sibilla predisse ad Augusto la venuta del Redentore. Il nome di Aracoeli appare soltanto dal secolo XII in poi e, secondo l’opinione più comune, deriverebbe dal fatto che la Chiesa sarebbe stata costruita presso l’altare dedicato dall’Imperatore Augusto al Figlio del Dio del cielo.

Nel breve tratto d’unione fra la Chiesa e la sagrestia, si apre a sinistra la Cappella del S. Bambino. Nel 1250 fu affidata ai Frati Minori Francescani.

Abbazia di Montecassino

L’Abbazia si trova su un colle (516 m) che domina la pianura sottostante, ed è stata fondata nel 529 da S. Benedetto. Ritiratosi qui, proveniente da Subiaco, il Santo ha costruito sul tempio pagano di Apollo la Chiesa di S. Martino, e un oratorio dedicato a S. Giovanni Battista che è diventato il primo nucleo della Basilica. In questo luogo ha scritto la sua Regola e ha diffuso il monachesimo in tutta Europa, e qui è morto il 21 marzo 547. L’Abbazia fu distrutta quattro volte: nel 580 dai longobardi, nell’883 dai saraceni, nel 1349 da un violento terremoto e nel 1944 da un terribile bombardamento da parte degli Alleati che combattevano la seconda guerra mondiale. Nell’ VIII secolo fu costruita la Basilica a tre navate, la Chiesa di S. Salvatore e il Monastero. Nel 1504 l‘Abbazia fu unita alla Congregazione di 5. Giustina di Padova, chiamata poi Cassinese. Nel ‘600 la Chiesa fu rifatta secondo la ricostruzione attuale e nel secolo successivo fu ornata con ricca decorazione marmorea. Nel dopoguerra fu ricostruita nelle linee originarie.

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Effetti dell’inondazione del 1557che cambiò il corso del Tevere.

Che sorte buffa deve essere quella di aver sfidato i secoli, aver ospitato famiglie in fuga, vescovi, papi e capitani di ventura e rimanersene adesso in disparte, sul ciglio di una città turistica che, almeno a Ostia antica, sembra non aver altro da offrire se non chilometri di scavi.

Il castello di Giulio lI, invece, o meglio la Rocca di Ostia, se ne sta appartato, a guardia dell’ingresso al vecchio insediamento sulla via del Mare, in attesa che un turista più coraggioso degli altri provi a disertare l’archeologia per varcare il suo portone in via dei Romagnoli e si decida a passeggiare all’interno della sua corte fiorita.

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La fondazione originaria di Farfa, Santuario e Monastero dei Benedettini, risale al V secolo, a opera di S. Lorenzo Siro, vescovo della Sabina, come cenobio. Devastata dai longobardi nel secolo VI, verso la fine del VII secolo fu ricostruita da parte di S. Tommaso da Maurienne (Savoia), come Santuario mariano. Poco dopo divenne abbazia imperiale. Dopo aver subito le vicende politiche dei vari secoli, nel 1919 tu ricostituita dalla Congregazione cassinese che mandò alcuni monaci dell’abbazia di S. Paolo Fuori le Mura di Roma. La Chiesa di S. Maria di Farfa fa parte del complesso monastico.

Il Santuario, ricostruito nel 1492 dal Cardinale Orsini, ha una facciata tripartita, con portale gotico, e sulla lunetta un affresco di scuola umbra della fine del ‘400, che rappresenta la Madonna con il Bambino e Santi. L’interno è a tre navate, sostenute da colonne romane di granito e cipollino; soffitto ligneo in oro e azzurro a cassettoni della fine del ‘400.

Il gioiello più luminoso sta nascosto sotto il pavimento della Cattedrale, nella Cripta. Qui nel silenzio e nell’ombra sono custoditi gli affreschi mirabili che diversi pittori dipinsero dal 1104 al 1250. L’intera Cripta è affrescata ed è come vedere un concentrato di storia della pittura dalla maniera bizantina a Giotto. Poco più avanti è il Palazzo di Bonifacio VIII, un bell’esempio di palazzo nobile del XIII secolo, dove si consumò nel 1303 la vicenda dello “schiaffò” subito dal pontefice da parte dei congiurati in rivolta, guidati da Sciarra Colonna.

La vigilia di Ognissanti del 1541, vide il rivelarsi dell’opera che più profondamente sia riuscita a radicarsi nell’inconscio collettivo di un’epoca e nell’organigramma della civiltà occidentale in generale; tale data, infatti, segna il giorno fatidico in cui “Il Giudizio Universale” di Michelangelo fu scoperto ed esposto all’attenzione del grande pubblico di tutta Europa. Ben presto l’entusiasmo generale, di fronte ad un’opera di tale incisività e potenza, raggiunse livelli enormi e fu il motivo di un vero e proprio fenomeno di pellegrinaggio per poter ammirare la bellezza terrificante dell’affresco.

L’ abbiamo chiamata terrificante non a caso: in essa, il tormento interiore dell’artista e le inquietudini di un’epoca prendono forma attraverso un linguaggio semantico consueto all’iconografia pittorica tradizionale, ma su cui interviene un profondo intervento individuale da parte di Michelangelo, che riesce così a creare un ponte tra le proprie inquietudini individuali e i contenuti di portata cosmica espressi nell’opera.

dippiù?