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Storia gastronomica di un santo del popolo

I famosissimi bignè della “Festa del papà”, quelli fritti nell’olio e poi farciti da una golosa cremina sono allo stesso tempo una sorta di delizia ipercalorica e un omaggio al padre più famoso della storia della religione. Un padre putativo, o adottivo che dir si voglia, ma pur sempre padre di colui sulla cui avventura in terra è stata costruita una fede che è fra le più forti al mondo.
Il bignè di san Giuseppe, sia chiaro, non è una specialità soltanto romana, così come la “Festa del papà” che è invece, piuttosto un appuntamento nazionale, per altro assai sentito ultimamente (almeno in termini di bignè venduti e consumati con la scusa di festeggiare i padri, anche quelli che non ci sono più). Trattasi di una ricorrenza spensierata per forza, visto che arriva alla fine dell’inverno, segue il Carnevale ed è preludio di primavera. Ma non è nulla rispetto alle celebrazioni che a Roma si tenevano in onore del santo cui, per tradizione, erano abbinate anche le famosissime frittelle.
Perché il 24 giugno si festeggia, ma senza far rumore?

Vierà ccor una faccia da torzate / er corpo da ggigante e ll’occhio tristo:
e pper un caso che nun z’è mmai visto / nasscerà da una monica e dda un frate.
Giuseppe Gioachino Belli, La fine cler monno.
Enoch, bisnonno di Noè e padre di Matusalemme, alla “tenera” età di 365 anni, invece di morire, fu “rapito” da Dio e portato in un luogo segreto, insieme, si dice, anche al profeta Elia. Non si sa bene dove si siano cacciati questi due eroi dell’Antico Testamento, di certo c’è solo l’immenso amore provato da Dio nei loro confronti, tanto immenso da risparmiare loro anche la morte.
Un millennio e passa più tardi l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto li ritroverà nel Paradiso terrestre, loro due più San Giovanni Evangelista, a formare praticamente un club privato dei graditi al signore. Questi tre nomi sono quindi importantissimi per il bene spirituale dell’umanità. Gli stessi tre nomi a Roma, invece, sono sinonimo di una festa dai risvolti amari, anche se dedicata alla concordia.

VITERBO (VT)
Santuario Santa Maria Liberatrice
Frati Agostiniani
Chiesa della SS. Trinità
Piazza della Trinità, 8
01100 VITERBO
TeI. 0761 .342808
(diocesi di Viterbo)
In auto: autostrada Al Milano-Roma, uscite a Orte, poi superstrada per Viterbo (33 km), oppure Via Cassia Roma-Viterbo.
In treno: linea Roma-Viterbo o Orte-Viterbo, oppure autobus Roma (Saxa Rubra)-Viterbo.
Nel 1256 i Frati Agostiniani si trasferirono sul colle della Trinità dove costruirono una Chiesa e un Convento. Verso il 1315, nella cappella di S. Anna, costruita nella Chiesa della Trinità, fu affrescata un’immagine della Vergine che prese il titolo di «Liberatrice» da un evento miracoloso avvenuto il 28 maggio 1320: sulla città stava scatenandosi un violento uragano, quando nel cielo apparve l’immagine della Vergine, simile a quella custodita nella cappella di S. Anna, che salvò la città.
I Musei Capitolini: un regalo di Clemente XII al suo popolo

Non si conosce il numero di visitatori per il primo giorno di apertura della collezione dei Musei Capitolini. Si sa invece l’anno di questo evento e l’artefice di un regalo culturale di questa fatta: 1734, Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsivi. Da quel momento in poi il popolo di Roma fu il primo cui venne regalato un museo. Cioè uno spazio dove le antichità e l’arte fossero fruibili da tutti e non solo dai proprietari. Sale, targhette, uscieri, passamaneria e scaffali, queste parole sono entrate a far parte del vocabolario museale grazie alla generosità di un papa con la mania delle collezioni antiquarie e con lo scrupolo di farne godere un pezzettino anche ai romani e non solo alla nobiltà che, d’altro canto, già disponeva di un immenso patrimonio di antichità accumulato in secoli e generazioni di “recuperi” nel sottosuolo dell’Urbe e soprattutto fra i confini delle loro proprietà.

VELLETRI (ROMA)
Santuario Santa Maria delle Grazie
Piazza S. Clemente
00049 VELLETRI
Tel. 06.9632512
(diocesi di Velletri-Segni)
In auto: Via Appia Roma-Velletri e linea Castelli romani (38 km da Roma).
In treno:. linea Roma-Velletri, stazione di Velletri.
La Cappella della Madonna delle Grazie si trova nell’antica Cattedrale, fondata intorno al v secolo, rifatta
nel XVI e XVII secolo, dedicata a S. Clemente Papa, terzo successore di Pietro.
Nel 1946 iniziano i lavori di restauro del dopoguerra, per opera del Cardinale Clemente Micara a cui si deve la tela centrale del soffitto e le vetrate di Hajnal.
La Cappella della Madonna delle Grazie è in stile barocco. La prodigiosa immagine, dipinta su tavola, risale alla fine del XIV secolo, opera di artista di scuola senese o orvietana e raffigura la Madonna con Bambino. La Cappella è del 1636 e nel 1682 l’immagine fu incoronata dal Capitolo Vaticano. Nel 1685 il quadro fu ricoperto da una veste argentea e si trova al centro di un artistico altare. Le pareti laterali della Cappella sono coronate da lunette affrescate: a sinistra, l’Incoronazione della Vergine, a destra, l’Annunciazione.

Un episodio di diplomazia urbanistica fra ‘600 e ‘700
E’ una delle mete irrinunciabili per tutti i turisti in visita a Roma. Una meta scontata. Banale, a volte. Per i romani, invece, è il luogo migliore per darsi appuntamento e cominciare un pomeriggio di shopping e “struscio” fra i negozi di via del Corso. D’altro canto è impossibile non vederla. Un po’ più complesso è invece vedersi, perché Trinità dei Monti è sempre molto frequentata di notte e di giorno. Sono talmente tante le generazioni di giovani che hanno passato su quei gradini gran parte dell’adolescenza che la piazza è ormai da considerarsi come una specie di “rito d’iniziazione” per legioni di ragazzi alternativi (punk, dark, metallari). Ogni anno, comunque, è sempre più difficile fare “tappa” sulla scalinata, visto che puntualmente mille delibere comunali cercano di limitare l’uso rilassante che si fa da sempre dei suoi 136 gradini. Per il decoro, dicono. Per l’immagine di Roma.

Sarà stata la recente elezione al soglio pontificio o le laute cene papali, ma in una delle sue prime notti da papa, Innocenzo III si svegliò dopo un incubo e da allora non si diede pace. C’erano le reti dei pescatori e le acque del Tevere. Nelle reti erano rimasti impigliati i corpicini di neonati morti. Fu una visione terrificante, qualcosa che di certo lo distolse dalla sua missione più nobile: affermare su tutto e tutti la superiorità dell’autorità del papa in quanto successore di Cristo. Era il 1198 e già da dieci anni a Marsiglia la questione degli abbandoni dei neonati illegittimi era stata tamponata con l’inaugurazione della prima ruota degli esposti della storia.

S. Maria di Grottaferrata, non è solo Santuario mariano ma una badia greca, l’unico dei Monasteri orientali d’Italia presenti nel Medioevo ancora rimasto oggi. Vi si celebra la liturgia in rito greco ed è anche un importante centro ecumenico. E stata fondata nel 1024 da Bartolomeo Juniore, discepolo di S. Nilo da Rossano, venuto nel 1004 dalla Calabria, assieme a un gruppo di monaci, per fondare un Monastero. La Chiesa, con direzione da occidente a oriente, è affiancata sulla destra dall’antica cryptoferrata, cella sepolcrale pagana del I secolo a. C., costruita con grossi blocchi di peperino. La volta a crociera, che le dà la forma di una grotta, e le quattro finestre a doppia inferriata, le hanno attribuito il nome di Grottaferrata. Il Santuario è stato recentemente (1910) restaurato e riportato alle forme primitive.

Se i palafrenieri avessero conosciuto in anticipo l’esito della vicenda, è molto probabile che l’Arciconfraternita si sarebbe risparmiata quei 75 scudi che spese per commissionare il quadro a Caravaggio. E non perché il risultato non gli piacque, né perché il pittore, per il quale è stata coniata una leggenda assai sospetta riguardo alla sua natura, diciamo così, sanguigna, commise degli errori o semplicemente se ne fregò una volta intascato il bottino. Ma perché il risultato del suo lavoro e della commissione dell’Arciconfraternita assunse ben presto, a guardare le date, connotati di una bega micidiale fra il teologico e il “diplomatico” nel quale si ritrovarono coinvolti innanzitutto i palafrenieri, poi i cardinali incaricati di supervisionare i lavori della Fabbrica di San Pietro, il papa Borghese, Paolo v e, soltanto in penultima posizione, Michelangelo Merisi da Caravaggio, che in questa vicenda appare incolpevole e quanto mai ligio al suo dovere. L’ultimo nome da tirare in ballo, infine, è quello dell’allora cardinal-nipote, Scipione Borghese, cui andò il privilegio di essere il vincitore morale della disputa e accaparrarsi l’opera allontanata dal Vaticano per la cifra tonda di 100 scudi.

I segnavia sono indicazioni tracciate su alberi o rocce che guidano il viaggiatore per i sentieri montani. Sono appigli lasciati da uomini e donne esperti, utili ad interpretare un territorio ricco di biforcazioni, vicoli ciechi e passaggi pericolosi. Sono indicazioni affidate all’intelligenza e alla sensibilità del viaggiatore, che sceglierà quale strada percorrere, quale montagna scalare, quale segnavia seguire. Esperti nazionali ed internazionali nel campo sociale ed economico tracciano i propri segnavia: non spiegazioni didattiche ma occasioni di analisi e riflessioni aperte a tutti. Un’occasione preziosa per ancorare il ricco patrimonio del saper fare ad un capire per fare meglio.



