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Archivio per la categoria 'Storia'

Storia gastronomica di un santo del popolo

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I famosissimi bignè della “Festa del papà”, quelli fritti nell’olio e poi farciti da una golosa cremina sono allo stesso tempo una sorta di delizia ipercalorica e un omaggio al padre più famoso della storia della religione. Un padre putativo, o adottivo che dir si voglia, ma pur sempre padre di colui sulla cui avventura in terra è stata costruita una fede che è fra le più forti al mondo.
Il bignè di san Giuseppe, sia chiaro, non è una specialità soltanto romana, così come la “Festa del papà” che è invece, piuttosto un appuntamento nazionale, per altro assai sentito ultimamente (almeno in termini di bignè venduti e consumati con la scusa di festeggiare i padri, anche quelli che non ci sono più). Trattasi di una ricorrenza spensierata per forza, visto che arriva alla fine dell’inverno, segue il Carnevale ed è preludio di primavera. Ma non è nulla rispetto alle celebrazioni che a Roma si tenevano in onore del santo cui, per tradizione, erano abbinate anche le famosissime frittelle.

800anniversarioLa storia
Il tempo ‘epocale’ di crociate e jihad è durato convenzionalmente per circa due secoli dalla fine dell’ XI alla fine del XIII (V-VII H); ma perdurerà ancora nei secoli seguenti come ‘tendenza non sopita’ e ancora ai nostri giorni come rischio che talora soggiace ‘vivo’ nell’impiantare i possibili rapporti tra mondo occidentale ed islamico. Fenomeno complesso quello delle crociate e del jihad, specie quando è inteso come ‘guerra santa’, laddove teologia e diritto supportavano il ricorso alle armi, legittimando quindi la violenza fino all’uccisione del nemico o alla sua penosa cattività.

Ebbene, nella più generale e propagandata politica di armamento e riarmo come servizio militare, Giovanni de Matha, cantore della ‘totale inclusione’ e obiettore di coscienza, sente in sé di avere da Dio, padre di tutti gli uomini, il mandato profetico di liberare i prigionieri di ‘guerre sante’: cristiani e musulmani, senza distinzione.

L’arte: il segno, il simbolo
L’estetica medievale pur nelle sue varie tonalità, si nutre fondamentalmente di rimandi all’ ordine cosmico, ad un ordine di società nelle mani provvidenti di Dio. L’ordine per eccellenza è quello che si realizza nel rapporto stretto e incessante tra la divinità e l’umanità. L’iconografia espressa con il mosaico collocato a S. Tommaso in Formis a Roma, fa irrompere nei molteplici spazi rappresentativi una iconografia ‘mai vista’ prima: la divinità prende per mano la temporalità: oltre l’appartenenza religiosa e il colore della pelle.
Un’umanità scheggiata dalla sofferenza, dalle catene, e collocata nel sublime piano dell’oro, il metacolore dell’onnipotenza di Dio; su un piano che prelude e aggancia il tempo con l’eternità.

Perché il 24 giugno si festeggia, ma senza far rumore?

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Vierà ccor una faccia da torzate / er corpo da ggigante e ll’occhio tristo:
e pper un caso che nun z’è mmai visto / nasscerà da una monica e dda un frate.

Giuseppe Gioachino Belli, La fine cler monno.

Enoch, bisnonno di Noè e padre di Matusalemme, alla “tenera” età di 365 anni, invece di morire, fu “rapito” da Dio e portato in un luogo segreto, insieme, si dice, anche al profeta Elia. Non si sa bene dove si siano cacciati questi due eroi dell’Antico Testamento, di certo c’è solo l’immenso amore provato da Dio nei loro confronti, tanto immenso da risparmiare loro anche la morte.

Un millennio e passa più tardi l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto li ritroverà nel Paradiso terrestre, loro due più San Giovanni Evangelista, a formare praticamente un club privato dei graditi al signore. Questi tre nomi sono quindi importantissimi per il bene spirituale dell’umanità. Gli stessi tre nomi a Roma, invece, sono sinonimo di una festa dai risvolti amari, anche se dedicata alla concordia.

I Musei Capitolini: un regalo di Clemente XII al suo popolo

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Non si conosce il numero di visitatori per il primo giorno di apertura della collezione dei Musei Capitolini. Si sa invece l’anno di questo evento e l’artefice di un regalo culturale di questa fatta: 1734, Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsivi. Da quel momento in poi il popolo di Roma fu il primo cui venne regalato un museo. Cioè uno spazio dove le antichità e l’arte fossero fruibili da tutti e non solo dai proprietari. Sale, targhette, uscieri, passamaneria e scaffali, queste parole sono entrate a far parte del vocabolario museale grazie alla generosità di un papa con la mania delle collezioni antiquarie e con lo scrupolo di farne godere un pezzettino anche ai romani e non solo alla nobiltà che, d’altro canto, già disponeva di un immenso patrimonio di antichità accumulato in secoli e generazioni di “recuperi” nel sottosuolo dell’Urbe e soprattutto fra i confini delle loro proprietà.

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Sarà stata la recente elezione al soglio pontificio o le laute cene papali, ma in una delle sue prime notti da papa, Innocenzo III si svegliò dopo un incubo e da allora non si diede pace. C’erano le reti dei pescatori e le acque del Tevere. Nelle reti erano rimasti impigliati i corpicini di neonati morti. Fu una visione terrificante, qualcosa che di certo lo distolse dalla sua missione più nobile: affermare su tutto e tutti la superiorità dell’autorità del papa in quanto successore di Cristo. Era il 1198 e già da dieci anni a Marsiglia la questione degli abbandoni dei neonati illegittimi era stata tamponata con l’inaugurazione della prima ruota degli esposti della storia.

S. Maria Grottaferrata

S. Maria di Grottaferrata, non è solo Santuario mariano ma una badia greca, l’unico dei Monasteri orientali d’Italia presenti nel Medioevo ancora rimasto oggi. Vi si celebra la liturgia in rito greco ed è anche un importante centro ecumenico. E stata fondata nel 1024 da Bartolomeo Juniore, discepolo di S. Nilo da Rossano, venuto nel 1004 dalla Calabria, assieme a un gruppo di monaci, per fondare un Monastero. La Chiesa, con direzione da occidente a oriente, è affiancata sulla destra dall’antica cryptoferrata, cella sepolcrale pagana del I secolo a. C., costruita con grossi blocchi di peperino. La volta a crociera, che le dà la forma di una grotta, e le quattro finestre a doppia inferriata, le hanno attribuito il nome di Grottaferrata. Il Santuario è stato recentemente (1910) restaurato e riportato alle forme primitive.

Madonna dei Palafrenieri

Se i palafrenieri avessero conosciuto in anticipo l’esito della vicenda, è molto probabile che l’Arciconfraternita si sarebbe risparmiata quei 75 scudi che spese per commissionare il quadro a Caravaggio. E non perché il risultato non gli piacque, né perché il pittore, per il quale è stata coniata una leggenda assai sospetta riguardo alla sua natura, diciamo così, sanguigna, commise degli errori o semplicemente se ne fregò una volta intascato il bottino. Ma perché il risultato del suo lavoro e della commissione dell’Arciconfraternita assunse ben presto, a guardare le date, connotati di una bega micidiale fra il teologico e il “diplomatico” nel quale si ritrovarono coinvolti innanzitutto i palafrenieri, poi i cardinali incaricati di supervisionare i lavori della Fabbrica di San Pietro, il papa Borghese, Paolo v e, soltanto in penultima posizione, Michelangelo Merisi da Caravaggio, che in questa vicenda appare incolpevole e quanto mai ligio al suo dovere. L’ultimo nome da tirare in ballo, infine, è quello dell’allora cardinal-nipote, Scipione Borghese, cui andò il privilegio di essere il vincitore morale della disputa e accaparrarsi l’opera allontanata dal Vaticano per la cifra tonda di 100 scudi.

Giustizia

Spero che finalmente si accorgano tutti, maggioranza e opposizione, che la riforma della giustizia non è un affare personale, ma una necessità per il Paese.

Ovviamente, al momento, per gran parte di essi è difficile prevedere i tempi e i modi con cui potranno essere affrontati, ma resta il fatto che si può procedere attraverso leggi ordinarie o  leggi costituzionali. Se tutti fossero disponibili ad agire per via Costituzionale – cioè con un’ampia maggioranza che metta le riforme al riparo da un possibile referendum, e con un percorso rapido che garantisca la doppia lettura alla Camera e al Senato – tanto meglio.

Basilica Aracoeli

È una Basilica minore con titolo cardinalizio detta anche Santuario di Maria “Salus Populi Romani” o Santuario del S. Bambino d’Aracoeli. Eretti sul luogo dell’antica “Arce Capitolina” è la Chiesa del Senato e del Popolo Romano e simboleggia il trionfo del cristianesimo sul mondo pagano. La denominazione più antica è quella di S. Maria in Capitolio. La Basilica risale al IV-V secolo, sorta, secondo la leggenda, dove la Sibilla predisse ad Augusto la venuta del Redentore. Il nome di Aracoeli appare soltanto dal secolo XII in poi e, secondo l’opinione più comune, deriverebbe dal fatto che la Chiesa sarebbe stata costruita presso l’altare dedicato dall’Imperatore Augusto al Figlio del Dio del cielo.

Nel breve tratto d’unione fra la Chiesa e la sagrestia, si apre a sinistra la Cappella del S. Bambino. Nel 1250 fu affidata ai Frati Minori Francescani.

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Il Santuario-Monastero della SS. Trinità è stato fondato dai Benedettini nell’ XI secolo, sulla Montagna Spaccata, apertasi, secondo la tradizione, al momento della morte di Cristo.
È stato frequentato da numerosi Santi tra cui S. Francesco, S. Bernardino da Siena, S. Filippo Neri. Il Monastero è stato restaurato nel 1957-58 dai Padri Missionari del P.I.M.E., cui appartiene tuttora, ed è sede del seminario teologico.
Vi sono custoditi diversi dipinti di Sebastiano Conca e di altri pittori minori del ‘600. A destra della Chiesa si apre uno stretto passaggio sulle cui pareti si trovano alcune formelle di maiolica che rappresentano la Via Crucis, di Raimondo Bruno (1849), al termine la Crocifissione. Si giunge quindi alla Cappella di S. Filippo Neri con un arco di marmo scolpito nel ‘500. A sinistra una scalinata (33 gradini) scende nella spaccatura centrale, con una Via Crucis incisa da S. Bernardìno.
Nella cappella del Crocifisso, di forma circolare, sull’altare grande Crocifissione lignea della metà del ‘400. Davanti al Santuario la Grotta del Turco.

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