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	<title>Associazione Turismo Religioso</title>
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		<title>Santuario Beata Maria Vergine del Rosario &#124; POMPEI (NA) &#124; Padri Redentoristi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 08:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Pompei]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario Beata Maria Vergine del Rosario]]></category>

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		<description><![CDATA[
Piazza B. Longo, 1
80045 POMPEI
tel. 081.8507000 &#8211; fax 081.8503357
(diocesi di Pompei)
In auto: autostrada A3 Napoli-Reggio Calabria, uscita a Pompei.
In treno: linea Napoli-Salerno, stazione di Pompei e linea Circumvesuviana.
La storia del Santuario di Pompei è legata alla vita del suo fondatore,Bartolo Longo di Latìano (BR). Venuto a Pompei per lavoro nel 1872, volle far qualcosa per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-682 aligncenter" title="Beata-Maria-Vergine-del-Rosario" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/12/Beata-Maria-Vergine-del-Rosario.jpg" alt="Beata-Maria-Vergine-del-Rosario" width="195" height="250" /></p>
<p>Piazza B. Longo, 1<br />
80045 POMPEI<br />
tel. 081.8507000 &#8211; fax 081.8503357<br />
(diocesi di Pompei)</p>
<p>In auto: autostrada A3 Napoli-Reggio Calabria, uscita a Pompei.<br />
In treno: linea Napoli-Salerno, stazione di Pompei e linea Circumvesuviana.</p>
<p>La storia del Santuario di Pompei è legata alla vita del suo fondatore,Bartolo Longo di Latìano (BR). Venuto a Pompei per lavoro nel 1872, volle far qualcosa per quei contadini che vivevano nella miseria. Cominciò a radunare quella povera gente nella chiesetta di S. Salvatore, celebrando con solennità la festa della Madonna. Nel 1875 portò da Napoli un quadro in tela che rappresentava la Madonna del Rosario, che fu subito esposto alla venerazione dei fedeli. Nel 1880 tale Chiesa fu demolita, perché cadente, per far posto al Santuario che in poco tempo fu innalzato insieme a un prezioso trono alla Madonna.<span id="more-681"></span></p>
<p>Nel 1887 fu consacrato l’altare maggiore della nuova Chiesa dove fu posta l’immagine della Madonna. Bartolo Longo morì nel 1926 e i suoi resti riposano nella cappella a lui dedicata (1983). Nel l934iniziò la causa di beatificazione, proclamata a Roma il 26 ottobre 1980 da Giovanni Paolo li. Dal 9 febbraio 1906 tutte le opere pompeiane furono cedute da Bartolo Longo alla Santa Sede e affidate a un Delegato Pontificio. Nel 1934-39 fu ampliata la Basilica.<br />
Il tempio attuale è l’ampliamento operato nel 1939 della Chiesa originaria, che corrispondeva all’attuale navata centrale, fino alla cupola. La facciata fu inaugurata nel 1901 dopo otto anni di lavoro sotto la guida dell’arch.</p>
<p>Giovanni Rispoli, a doppio ordine (l’inferiore in stile ionico, il superiore corinzio), con portico a tre arcate, tutta in travertino, al centro si apre la loggia papale, in alto la statua della Beata Vergine del Rosario, di Gaetano Chiaramonti (1901), con la scritta PAX, sotto lo stemma di Papa Leone XIII. La cupola, fiancheggiata da quattro cupolini, affrescata nel 1942, rappresenta la visione o sogno di S. Domenico, cioè la Vergine trionfante che fa del Rosario una mistica catena e accoglie sotto il suo manto santi e fedeli (500 mq di affresco con ben 327 figure). Tutta la volta è artisticamente affrescata. Sull’altare maggiore il ciborio, a forma di tempietto ottagonale con statuine rappresentanti i dottori della Chiesa, l’interno è tutto di oro massiccio. Sopra, il quadro prodigioso che rappresenta la Vergine del Rosario o Madonna di Pompei con in braccio il Bambino e ai lati San Domenico e Santa Caterina da Siena.</p>
<p>Il dipinto, a olio su tela, è racchiuso in una cornice di bronzo dorato con attorno i 15 misteri del Rosario, dipinti da Vincenzo Paliotti. Nel 1965 l’immagine fu incoronata da Papa Paolo VI. All’interno del Santuario si aprono dodici cappelle con altare, che riproducono alcuni misteri del rosario, Il campanile, alto 80 m, è opera di Aristide e Pio Leonori, costruito tra il 1912 e il 1925, in stile corinzio e composito, con porta frontale di bronzo su cui è rappresentata in altorilievo l’apparizione del S. Cuore di Gesù a S. Maria Margherita Alacoque.<br />
Sotto l’altare della cripta è collocata l’urna del beato Bartolo Longo, rivestito del mantello di Cavaliere del santo Sepolcro.</p>
<p>Si celebrano le feste mariane e la Supplica alla Madonna di Pompei l’8 maggio e la prima domenica di ottobre. Festa liturgica del beato Bartolo Longo, il 5 ottobre. Vengono celebrate le S. Messe quasi ogni ora.</p>
<p>E&#8217; aperto dalle 6,30 alle 19 (periodo estivo e domenica fino alle 21,15).</p>
<p><strong>TRATTO da :<br />
Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</strong><em></em></p>
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		<title>Perché nel III secolo il cristianesimo rischiò di scomparire?</title>
		<link>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/perche-nel-iii-secolo-il-cristianesimo-rischio-di-scomparire/</link>
		<comments>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/perche-nel-iii-secolo-il-cristianesimo-rischio-di-scomparire/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 07:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Buonaguro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Analogie e competizione fra i cristiani delle origini e i fedeli del dio Mitra

Nelle parole di Emest Renan, filosofo francese vissuto nell’Ottocento, l’affare sembra più grave di quanto la storia ufficiale ci riferisca. «Se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione da qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitraico». Che la religione monoteista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Analogie e competizione fra i cristiani delle origini e i fedeli del dio Mitra</em></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-326 aligncenter" title="Immagine Roma cristiana" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/Immagine-Roma-cristiana.jpg" alt="Immagine Roma cristiana" width="250" height="238" /></p>
<p>Nelle parole di Emest Renan, filosofo francese vissuto nell’Ottocento, l’affare sembra più grave di quanto la storia ufficiale ci riferisca. «Se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione da qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitraico». Che la religione monoteista basata sul culto del Messia abbia mai corso questo rischio, per molti, è ancora una totale e assoluta novità. Ma indagando appena un po’ è invece facile scoprire le tracce di una sorta di partita con un finale al cardiopalma.</p>
<p>Nella contesa fra cristianesimo e mitraismo l’1 a 0 è arrivato dopo circa tre secoli dalla nascita di Cristo, nel 313, quando Costantino promulgò l’editto a favore della libertà di culto. Giuliano l’Apostata, invece, nei pochi anni in cui fu imperatore (cioè dal 361 al 363) provò a ripristinare gli antichi culti pagani e quello di Mitra, alias Sol Invictus, parve riconquistare terreno. 1 a 1. Pareggio.<span id="more-678"></span></p>
<p>Il 2 a 1 ha chiuso la partita nel 394, con l’ultima e definitiva sconfitta pagana che fu il capolavoro dell’imperatore Teodosio e di sant’Ambrogio vescovo di Milano. Fine dei giochi, il cristianesimo ne uscì vittorioso.</p>
<p>Tanto per rimarcare meglio il concetto, all’indomani del trionfo di Teodosio, uno dopo l’altro tutti i luoghi di culto pagani furono saccheggiati o distrutti e su di essi si cominciarono a edificare chiese e basiliche cristiane. Fu uno spoil system da capogiro, una vera e propria politica “del territorio” capillare e per certi versi spietata. I cristiani, però, avevano dimenticato in fretta che nei due miseri anni in cui l’Apostata era stato il sovrano, per loro non era stato previsto alcun ritorno alle persecuzioni e, anzi, pur mantenendo un sostanziale disprezzo verso questa nuova religione nata da una costola dell’ebraismo, i suoi seguaci erano stati, al contrario, protetti.</p>
<p>In ogni caso, queste storie accadevano ormai nella seconda metà del IV secolo. Era già tardi, il destino di Mitra, dei suoi mitrei sotterranei e di un culto antico che proveniva dalla Persia era ormai segnato. Il cristianesimo, quando Giuliano divenne imperatore, era vincente e tollerato da quasi cinquant’anni. Cinquant’anni di radicamento, di proselitismo, di rafforzamento.</p>
<p>A che periodo fa dunque riferimento lo storico Renan? E la malattia mortale, tanto per evadere un po’ dal tema, non sarebbe potuta essere proprio Giuliano l’Apostata, se solo fosse arrivato quando il sistema immunitario del cristianesimo non era ancora così forte? Non possiamo saperlo e la storia non si fa con i “se”. Ma a partire dal I e fino a tutto il III secolo il rischio di essere “battuti” da un culto pagano fu soltanto dietro l’angolo. Differenze ovvie a parte, inoltre, le due religioni presentavano non pochi punti in comune. La stessa ossessione per le grotte, che per un culto erano il luogo di provenienza di Mitra e per l’altra il luogo di nascita del bambino di Betlemme. Anche il tema della verginità era più o meno simile. Nella tradizione mitraica, infatti, un’altra versione della nascita del dio lo vuole incarnato nel ventre di una donna vergine, proprio come la tradizione cristiana descrive la venuta al mondo di Gesù.</p>
<p>E poi, stesso giorno celebrativo (nella notte fra il 24 e il 25 dicembre, il solstizio d’inverno), stessa morte (o abduction che sia) a 33 anni, ma soprattutto stesso ruolo salvifico grazie al sangue e a un sacrificio.<br />
La differenza abissale risiedeva invece nel carattere del rito. Nei mitrei si entrava secondo un rigido schema iniziatico e la religione era esclusivo appannaggio degli uomini. Mentre il cristianesimo fu da subito qualcosa di universale, aperto a chiunque e non segreto.</p>
<p>Per molti storici, al di là degli “aiutini” venuti dagli imperatori che si “interessarono” della disputa, fu questa la ragione profonda della vittoria finale del culto di Cristo. Ma è anche vero che il mitraismo, iniziazione oppure no, a partire dal I secolo, aveva preso piede e non poco anche fra le classi medie e povere e coinvolgeva l’esercito, i piccoli commercianti, gli operai, i liberti e anche gli schiavi (soprattutto quelli orientali), fino a salire alle più alte gerarchie sociali, fino agli imperatori: Aureliano e Diocleziano, giusto per fare qualche esempio.</p>
<p>Nel III secolo gli anfratti sotterranei in cui erano stati ricavati i mitrei erano frequentati molto — e molto bene — e oggi quelli visitabili (spesso dopo trafile di permessi piuttosto scoraggianti) risalgono tutti a quell’epoca (si trovano a San Clemente, al Circo Massimo, sotto Palazzo Barberini, a Santa Prisca sull’Aventino o sotto la chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio). E poi, va detto: il culto del Sol Invictus (diverso da Mitra, ma a esso assimilato soprattutto dal popolo) fu in fondo mantenuto anche da Costantino che rimase pagano fino alla fine per non spaccare troppo la “base” dell’Impero.</p>
<p>L’arrivo a Costantinopoli (e di riflesso anche a Roma) di Giuliano l’Apostata nel 361, ai cristiani dell’Urbe deve essere sembrato uno scherzo del destino. Fu lui a ripristinare i culti pagani, a ristrutturare templi e mitrei distrutti e depredati nel dopo Costantino. La partita era di nuovo aperta. Ma la morte prematura del sovrano riportò, proverbialmente, la palla al centro.<br />
E se oggi per visitare un mitreo bisogna chiedere permessi, entrare nelle basiliche più antiche e infilarsi nella pancia di Roma, è bene sapere che la storia avrebbe potuto tranquillamente capovolgere la situazione. Chissà come sarebbe stato tutto, allora. Chissà cosa sarebbe stata Roma.</p>
<p>TRATTO da :<br />
<em><strong>101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma &#8211; 2008</strong></em></p>
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		<title>Contributo di soggiorno a Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 10:28:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Sensi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Associazione Turismo Religioso]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[
Come già avviene in quasi tutte le altre grandi destinazioni turistiche, anche a Roma dal 1° gennaio del 2011, i turisti in visita nella capitale contribuiranno con una piccola somma alle spese per i servizi a loro destinati, fino ad oggi sostenute soltanto dai contribuenti romani.
A stabilirlo è la delibera consiliare n. 67 del 28/29 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-676 aligncenter" title="colosseo" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/12/colosseo.jpg" alt="colosseo" width="225" height="225" /></p>
<p>Come già avviene in quasi tutte le altre grandi destinazioni turistiche, anche a Roma dal 1° gennaio del 2011, i turisti in visita nella capitale contribuiranno con una piccola somma alle spese per i servizi a loro destinati, fino ad oggi sostenute soltanto dai contribuenti romani.</p>
<p>A stabilirlo è la delibera consiliare n. 67 del 28/29 luglio 2010 che recepisce una norma di carattere nazionale specifica per la città di Roma.</p>
<p>L&#8217;applicazione di questa norma garantirà una migliore qualità dei servizi al turista e quindi una migliore accoglienza nella città.<span id="more-673"></span></p>
<p>Ad eccezione degli ostelli, il contributo si pagherà al momento del check-out in:</p>
<p>-  campeggi, agriturismo, B&amp;B, affittacamere, case vacanza, case per ferie (e istituti religiosi), residence, alberghi a 1,2,3 stelle, nella misura di € 2,00 a persona per ogni notte di permanenza, per un massimo di 10 giorni;</p>
<p>- negli alberghi a 4 e 5 stelle il contributo sarà di € 3,00 a persona per ogni notte di permanenza, per un massimo di 10 giorni.</p>
<p>Il contributo è dovuto anche da coloro che hanno prenotato e pagato il viaggio attraverso un&#8217;agenzia di viaggio o un tour operator, e da coloro che non corrispondono alcun prezzo per la prestazione alberghiera (ad es. accompagnatori di gruppi, autisti di bus turistici, ecc).</p>
<p>Sono esentati dal pagamento i bambini fino a due anni di età.</p>
<p>Di seguito i punti salienti della deliberazione n. 67 del 28 luglio 2010 che stabilisce:</p>
<p>1) di introdurre, a decorrere dal 1° gennaio 2011, così come previsto dall’art. 14, comma 16, lett. e) del Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, il contributo di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive della città;</p>
<p>2) di determinare il contributo, nel rispetto del criterio di gradualità, secondo parametri qui di seguito specificati fino ad un massimo di 10 pernottamenti consecutivi:</p>
<p>- a. nei campeggi, negli agriturismi, nei B&amp;B, nelle case vacanze, negli affittacamere, nelle case per ferie, nei residence, negli alberghi a 1, 2 e 3 stelle si dovrà applicare un contributo giornaliero pari a Euro 2,00 al giorno;</p>
<p>- b. negli alberghi a 4 e 5 stelle si applica un contributo giornaliero pari a Euro 3,00;</p>
<p>3) di prevedere l’applicazione del contributo di Euro 1,00 sul biglietto di ingresso dei musei comunali; (modalità da definire)</p>
<p>4) di applicare il contributo ad altri servizi turistici (bus sightseeing, battelli sul Tevere, servizi balneari) da un minimo di Euro 1,00 a un massimo di Euro 3,00; (modalità da definire)</p>
<p>5) di demandare ad un successivo Regolamento, da adottarsi, ai sensi dell’art. 52 del D.Lgs. n. 446/1997, entro il 31 dicembre 2010, criteri e modalità di applicazione del contributo e l’individuazione di meccanismi esemplificativi di riscossione dello stesso, quali le marche comunali;</p>
<p>6) di valutare l’opportunità, in fase di Regolamento, di inserire un coefficiente di applicazione differenziata (correttivo percentuale dell’imposizione) in relazione all’ubicazione dell’attività ricettiva, distinguendo 4 categorie in ordine decrescente:</p>
<ul>
<li>Centro Storico (entro le Mura Aureliane);</li>
<li>Città consolidata (interno dell’anello ferroviario);</li>
<li>Città Moderna – Periferia (entro il GRA);</li>
<li>Estrema periferia (territorio comunale oltre il GRA)</li>
</ul>
<p>Fin qui quanto previsto, ma le proteste continuano: il comparto turistico, guidato dalla voce dello stesso Ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, boccia la misura ritenendola dannosa nei confronti di un settore che dovrebbe essere trainante per l’economia del Belpaese, soprattutto in un momento di crisi come questo; albergatori inferociti, associazioni di categoria e sindacati sul piede di guerra ”A causa di questa tassa diminuiranno gli introiti di un intero comparto economico, e forse molti lavoratori si ritroveranno per strada” sostiene Giuseppe Roscioli di Federalberghi.</p>
<p>Ma il sindaco Alemanno aggiunge: “i viaggiatori che vengono a Roma devono lasciare qualcosa a questa città, per i servizi che questa città offre: è un principio a cui non vogliamo e non possiamo venir meno“.</p>
<p>A fare l’avvocato del diavolo, si potrebbe affermare che la logica dietro il provvedimento non sia del tutto assurda: ovvero, non gravare i residenti capitolini di altre tasse, e di imporre una piccola ‘quota’ agli stranieri che visitano la Capitale. Molto spesso, infatti, gli amministratori fanno notare come il fatto che Roma ospiti milioni di visitatori l’anno comporti per la città dei costi non indifferenti per mantenere pulite e ben asfaltate le strade ‘consumate’ da pullman ecc.</p>
<p>E quindi un contributo a questi costi potrebbe venire proprio dal “contributo” imposto ai turisti.</p>
<p>Ed è probabilmente seguendo questo ragionamento che secondo un sondaggio reso noto dal Campidoglio il 54% dei romani sarebbe favorevole.</p>
<p>L’altra campana è ovviamente quella degli operatori del turismo, preoccupati dal fatto che questa misura possa contrarre gli arrivi nella Capitale e dare un ‘colpo’ all’economia romana, che in gran parte di turismo vive. Faremmo d’altronde, secondo la categoria, una ‘figuraccia’.</p>
<p>C’è da riconoscere che la situazione finanziaria di Roma non è affatto rosea, con un debito da record che la pone in cima ai Comuni italiani per dissesto finanziario. Non si può dunque prescindere dal ricorrere ai ripari.</p>
<p>Ma non possiamo nemmeno fare a meno di chiederci quali siano gli interventi più adatti. Alla luce di queste riflessioni gli estremismi tra pro e contro tassa di soggiorno, sono come sempre controproducenti. Ben venga invece una tavola rotonda che consenta di discutere proposte, idee ed esigenze.</p>
<p>L’imposta richiesta ai turisti in visita nella nostra Capitale non è sbagliata se misurata e ben calibrata: gli amanti delle bellezze di Roma non rinunceranno certo a godere dei tesori che la città offre se dovranno pagare un piccolo aggravio, a patto che non comporti aumenti esagerati ed evidenti sul costo del soggiorno. Anche perché l’introito per l’erario del Campidoglio sarà chiaramente direttamente proporzionale al numero di visitatori che sceglieranno Roma come meta dei loro viaggi. Sarà dunque nell’interesse del Comune stesso incentivare il turismo, magari con un contributo che si limiti ad un ammontare tale da non pesare in modo eccessivo sui soggiorni più prolungati. Non deve essere infatti tralasciato neppure l’aspetto critico in cui versa l’economia europea.</p>
<p>In conclusione, il comparto turistico non può permettersi di perdere punti e perciò l’inflazione nel settore deve essere contenuta quanto più possibile. I provvedimenti, dunque, non possono incidere su questi aspetti, ma devono essere dirottati sulla riduzione dello sperpero di denaro pubblico più che sulla spesa, poiché una stretta eccessiva dell’economia e un aumento insostenibile della tassazione, potrebbero essere fatali in una situazione problematica come quella contingente.</p>
<p>Come sempre la ragionevolezza e la misura potrebbero essere le soluzioni migliori.</p>
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		</item>
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		<title>Perché il paganesimo termina solo nel 1854?</title>
		<link>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/perche-il-paganesimo-termina-solo-nel-1854/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 08:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[1854]]></category>
		<category><![CDATA[paganesimo]]></category>

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		<description><![CDATA[Storia di un culto strano che faceva litigare i cattolici
Per colpa di Eva, Adamo mangiò la mela proibita. La loro anima fu condannata e i due disobbedienti furono cacciati  dal Paradiso terrestre, costretti a guadagnarsi il pane col sudore della fronte, a partorire con dolore e a fare i conti con la prima grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Storia di un culto strano che faceva litigare i cattolici</p>
<p><img class="size-full wp-image-671  alignleft" title="paganesimo" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/11/paganesimo.jpg" alt="paganesimo" width="136" height="250" style="float:left; margin-right: 3px; margin-bottom:3px;" />Per colpa di Eva, Adamo mangiò la mela proibita. La loro anima fu condannata e i due disobbedienti furono cacciati  dal Paradiso terrestre, costretti a guadagnarsi il pane col sudore della fronte, a partorire con dolore e a fare i conti con la prima grande “istituzione” dell’Antico Testamento: il “peccato originale”.</p>
<p>Da qui in poi, cioè dalla Genesi, sarebbe dovuto andare tutto liscio come l’olio e invece, la questione del peccato con cui ogni essere umano nasce ha aperto una di quelle dispute che si potrebbero tranquillamente definire di “lana caprina”, ma che invece fece “arrovogliare” le menti di teologi cattolici e personaggi insigni (papi compresi) per svariati secoli, almeno cinque. Tutti, dunque, nasciamo con una macchia.<span id="more-670"></span></p>
<p>Ti Battesimo è il sacramento in grado di ripulire l’anima, ma ci sono conseguenze che rimangono e la prima e più importante è una certa predisposizione a continuare a peccare. L’unica realtà capace di salvare dalla dannazione eterna il genere umano è la Chiesa, secondo una missione affidatagli da Cristo in persona attraverso san Pietro, il primo papa. Una missione che è la ragion d’essere del cattolicesimo in toto. Lana caprina? Neanche un po’: qui è in gioco qualcosa di fondamentale.</p>
<p>Il problema, dato l’assunto, è però quello di far quadrare tutto. Cioè: se Cristo è il Salvatore che si è fatto uomo ed è morto per assicurarci la vita eterna, come poteva essere nato da una mortale, necessariamente macchiata dal peccato originale? I vangeli e la tradizione quindi, affermano che la madre di Cristo ha concepito questo figlio rimanendo vergine e in più la sua anima risulta “immacolata”, tanto che per la Madonna non c’è stato bisogno del Battesimo e, alla morte, è stata direttamente assunta in cielo senza passare neanche cinque secondi dal purgatorio. Fin qui, per quanto macchinosa sia la teologia, le cose possono ancora essere comprese.</p>
<p>Il problema però si fa spinoso nel momento in cui qualcuno si è impuntato per capire quando l’anima della Vergine fu effettivamente “ripulita” (cioè quando nasce l’anima? Quando si forma il feto, dopo qualche settimana, al primo vagito? La cosa è ancora attualissima). Per i “maculisti” (una delle parti di questa disputa) la purificazione era avvenuta per intervento della grazia dopo il concepimento, mentre per gli “immaculisti” (l’altra fazione) l’anima della madre di Cristo non fu mai macchiata dal peccato originale e il problema apriva le porte a un terzo personaggio che si inseriva fra la Madonna e suo figlio. Era la madre di Maria, sant’Anna.</p>
<p>In sostanza, per far quadrare la Genesi secondo il “partito” dell’Immacolata Concezione, dio al momento stesso della creazione aveva già predisposto il destino del genere umano e pensato di inviare sulla terra un essere speciale (Cristo) e di farlo nascere da una donna che fosse speciale anche lei, alla cui madre era già stato rivelato tutto il progetto futuro. La mamma di Maria, perciò, in un’estasi mistica aveva avuto una visione profetica. La stessa cacciata di Adamo ed Eva era, in fondo, una manfrina: l’umanità era già salva e il tramite era sant’Anna, che aveva avuto il dono della prenoscenza, era “Colei che Sapeva”. Pertanto la fede nella nonna di Gesù spinse qualcuno ad affermare che, per quanto riguardava la salvezza, il culto della santa avrebbe potuto sostituirsi alla Chiesa e ai sacramenti. E fin dal Medioevo il popolo aveva apprezzato moltissimo questa possibilità e l’aveva sposata in pieno, rivolgendosi alla madre della Vergine per moltissime questioni e con un ardore fuori dal comune.</p>
<p>Quando il popolo “ignorante” entrò a gamba tesa in un dibattito tutto specialistico, quindi, le cose si fecero più complesse perché le ricadute sociali di un culto del genere avevano conseguenze gravi sulla governabilità e sull’esistenza stessa del Vaticano che avrebbe potuto essere messo in discussione da un momento all’altro. Nel Trecento, inoltre, un francescano inglese, san Giovanni Duns Scoto, professore della Sorbona (covo di maculisti) stabilì fra le altre cose che la teoria della mediazione di sant’Anna nella salvezza del genere umano era cosa vera. Puntualmente, però, Duns Scoto fu cacciato dall’università francese e il dibattito cominciò a farsi più che acceso.</p>
<p>I secoli seguenti sono un rimpallo continuo di decisioni ecclesiastiche, bolle e decreti. Pio V nel 1570 proibì di parlare pubblicamente dell’affaire e di celebrare il giorno di festa dedicato alla santa (il 26 luglio). Clemente VIII, nel 1598, al contrario, fece affermare al cardinal Bellarmino che la Madonna non aveva qualsivoglia macchia ed era nata senza peccato originale. Fra il 1616 e il 1617 Paolo V riportò i termini del discorso al principio della disputa e, per sanare le frequenti rixae a riguardo (rixae nel senso proprio di risse), stabilì che dell’Immacolata Concezione così formulata non si sarebbe più dovuto parlare in pubblico o in qualsiasi forma (arti incluse), decisione che provocò immediate rivolte popolari armate soprattutto in Spagna e a Napoli.</p>
<p>Perciò Gregorio XV, nel 1622, corresse ancora una volta la discussione proibendo di pronunciarsi contro l’Immacolata<br />
Concezione e riqualificando la festa del 26 luglio (di precetto, quindi obbligatoria). A scrivere la parola fine ci pensò oltre due secoli dopo Pio IX, nel 1854, con l’affermazione di un dogma: Maria è nata senza peccato originale. Punto. Anna fu accantonata fino a scomparire e la testa del toro fu, proverbia1mente, tagliata.</p>
<p>Fino a quel momento, comunque, legioni di fedeli avevano deciso di rivolgere le loro preghiere preferibilmente a questa santa così speciale e potente. Anzi, legioni di fedeli avevano &#8220;preso una decisione” in merito a una delle polemiche teologiche più importanti della Chiesa e la cosa faceva preoccupare. Il problema, a parte l’accantonamento dai giochi dell’ente fino ad allora esclusivista per la salvezza, inoltre, aveva dato vita a un culto assai personale, molto poco mediato e soprattutto empirico.</p>
<p>Nelle cappelle dedicate alla madre di Maria andavano le partorienti a prendere l’olio delle lampade votive da strofinarsi sul seno per avere più latte. Mentre innumerevoli amuleti a lei riferiti erano regalati alle giovani spose come augurio di fertilità. In più, la simbologia dedicata a sant’Anna aveva, fra i tanti, il melograno e il mare, segni propri anche del pantheon arcaico, di una Iside, di un’Afrodite, di una Venere. Tutto fa sospettare che su questa religiosità così particolare aleggiasse lo spettro del paganesimo e l’adorazione fantasma di una specie di “Grande Madre” in chiave cattolica, una divinità da società matriarcale alla quale rivolgersi come fosse un talismano: curava i dolori del parto, l’anima e il “giradito” (tanto per fare un esempio) senza scomporsi e con la medesima efficacia.</p>
<p>Paganesimo oppure no, questa religiosità contravveniva a tutte le ansie di controllo che fino ad allora aveva manifestato la Chiesa, anche attraverso i vari tipi di peccato contemplati nella “dottrina” (veniale, mortale). Se tutto, salvezza compresa, è già stato previsto nella mente di dio e questo progetto è stato rivelato a sant’Anna, perché prostrarsi davanti a un confessore per ricevere il perdono ed espiare? Perché sentirsi in colpa? Qui è l’impianto generale della religione cattolica a vacillare, non solo il suo fine.</p>
<p>Ecco, quindi, che cosa bisogna aver in mente quando si ammira un’Anna Tertia (cioè i dipinti composti da sant’Anna, la Madonna e Gesù Bambino) o le rappresentazioni della madre di Maria con un libro in mano (il libro è la Bibbia ed è il simbolo della sua conoscenza, o prenoscenza che dir si voglia). Quelle opere controverse racchiudono una posizione precisa all’interno di questo spinosissimo dibattito.</p>
<p>Sono omaggi a un culto strano che non solo fece litigare i cattolici, ma spesso e volentieri li fece anche scontrare fisicamente o scendere in piazza in difesa di un ultimo barlume di paganesimo che nella città di dio e altrove proprio non voleva morire. Il tutto si spense con la proclamazione di un dogma e fu l’unica arma in mano ai papi per far tacere il partito degli immaculisti che insistevano nell’affermare che ci si può anche salvare secondo un asse diverso da quello usuale (Gesù Cristo, la Chiesa e la Madonna).</p>
<p>Secondo i cultori più radicali dell’Immacolata Concezione, nel gioco sarebbe dovuta entrare anche sant’Anna. Ma forse i teologi che si erano accapigliati in una polemica di altissimo valore di culto non pensavano di aver dato vita all’ultima grande divinità pagana.<br />
Qualcuno potente come la Madre Terra.</p>
<p>TRATTO da :<br />
<em><strong>101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma &#8211; 2008</strong></em></p>
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		<title>Santuario di Montevergine &#124; Monaci Benedettini Sublacensi</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 07:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Ordini Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Santuari]]></category>
		<category><![CDATA[Monaci Benedettini Sublacensi]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario di Montevergine]]></category>

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		<description><![CDATA[
MONTEVERGINE (AV)
Santuario di Montevergine
Monaci Benedettini Sublacensi
83010 SANTUARIO Dl MONTEVERGINE
Tel. 0825.72924 &#8211; Fax 0825.756074
(diocesi di Montevergine)
In auto: autostrada A16 Napoli-Canosa, uscita ad Avellino ovest, poi strada per Santuario (17 km).
In treno: linea Napoli-Avellino; stazione di Avellino, poi autobus diretto al Santuario oppure funicolare Mercogliano-Santuario.
Il Santuario fa parte del complesso che comprende il Monastero benedettino, l’Abbazia territoriale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-668 aligncenter" title="Santuario di Montevergine" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/11/Santuario-di-Montevergine.jpg" alt="Santuario di Montevergine" width="250" height="187" /></p>
<p>MONTEVERGINE (AV)<br />
Santuario di Montevergine<br />
Monaci Benedettini Sublacensi</p>
<p>83010 SANTUARIO Dl MONTEVERGINE<br />
Tel. 0825.72924 &#8211; Fax 0825.756074<br />
(diocesi di Montevergine)</p>
<p>In auto: autostrada A16 Napoli-Canosa, uscita ad Avellino ovest, poi strada per Santuario (17 km).<br />
In treno: linea Napoli-Avellino; stazione di Avellino, poi autobus diretto al Santuario oppure funicolare Mercogliano-Santuario.<span id="more-667"></span></p>
<p>Il Santuario fa parte del complesso che comprende il Monastero benedettino, l’Abbazia territoriale, il Santuario mariano. Si trova a 1270 m di altezza, nel massiccio montuoso del Partenio nella Valle dell’ Irpinia. Nei primi decenni del secolo XII salì sulla montagna il giovane pellegrino Guglielmo di Vercelli, che eresse una Chiesa in onore della Madre di Dio e diede vita a una nuova famiglia religiosa (Congregazione Verginiana). Mori nel 1142 a S Angelo dei Lombardi e i suoi resti furono portati a Montevergine nel 1807 nella cripta della nuova Chiesa, in cui si conserva anche il tesoro delle sacre reliquie.<br />
L’attuale Santuario, opera dell’arch. romano Florestano di Fausto, iniziato nel 1952, aperto al culto il giorno dell’Ascensione del 1961, è in stile romanico modernizzato, a tre navate.<br />
L’esterno, affiancato dallo slanciato campanile, è in pietra lavorata del luogo, con le porte rivestite in bronzo e lamine di rame. L’interno presenta il pavimento in granito delle Alpi, dei finestroni istoriati e il soffitto a cassettoni di stucco, con dorature in oro zecchino con simboli liturgici. In fondo alla navata centrale, sotto il tiburio, si apre l’ampio presbiterio, fiancheggiato da due matronei e dal nuovo organo. Addossato alla parete di fondo s’innalza il trono, in pregiati marmi policromi e statue in bronzo, su cui è posta la prodigiosa immagine della Madonna: è una pittura, su due tavoloni di pino (4,60 x 2,38 m) della fine del secolo XIII.<br />
Recentemente alcuni studiosi hanno affermato che la testa dell’immagine della Madonna di Montevergine, apparteneva alla famosa «Odigitria» di Costantinopoli.<br />
Il paliotto della custodia del Sacramento è in argento massiccio e rappresenta la Pentecoste.<br />
Dalle navate laterali si accede all’antica Basilica, rifatta nella prima metà del secolo XVII, dopo che l’antica Chiesa era crollata nel 1629. La navata centrale ricorda la precedente architettura gotica, in fondo il presbiterio rialzato e circondato da una ricca balaustra di marmi policromi.<br />
L’altare maggiore, in mosaico fiorentino, con intarsi preziosi, abbraccia tutta la navata e nasconde il coro, in legno di noce intagliato, del 1573. In essa si trovano alcuni monumenti funebri, tra cui il mausoleo quattrocentesco di Caterina Filangieri, contessa di Avellino, il baldacchino romanico &#8211; bizantino in mosaico di stile Cosmatesco, del XIII secolo, il tabernacolo del XV secolo, un Crocifisso ligneo del XVIII secolo.</p>
<p>Si celebra con solennità la festa della Pasqua; del Corpus Domini; 25 giugno, festa di S. Guglielmo fondatore del Monastero, 1° settembre, S. Maria di Montevergine, titolare della Chiesa, 8 settembre, Natività.<br />
Numerose sono le S. Messe sia festive sia feriali.<br />
E’ aperto dalle 7 alle 13 e dalle 15 alle 20 (in estate); dalle 8 alle 12 e dalle 15 alle 17 (in inverno).</p>
<p><strong><em>TRATTO da :<br />
Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</em></strong></p>
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		<title>Ordine dei Celestini &#124; Santuario Madonna di Novi Velia &#124; Monte Bulgheria – Salerno</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 09:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Sensi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Ordini Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Monte Bulgheria Salerno]]></category>
		<category><![CDATA[Ordine dei Celestini]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario Madonna di Novi Velia]]></category>

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Dopo la presenza di tali monaci il santuario passò nelle mani del vescovo di Capaccio, che ne determinò la direzione per due secoli; ma nel 1323 Riccardo/Tommaso di Marzano maresciallo del regno di Sicilia e barone di Novi, lo comprò donandolo ai monaci Celestini, per i quali aveva mutato in convento anche metà del proprio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-664 aligncenter" title="Ordine dei Celestini - Santuario Madonna di Novi Velia – Monte Bulgheria – Salerno" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/11/ordine-dei-celestini-santuario-madonna-di-novi-velia–monte-bulgheria–salerno.png" alt="Ordine dei Celestini - Santuario Madonna di Novi Velia – Monte Bulgheria – Salerno" width="225" height="201" /></p>
<p>Dopo la presenza di tali monaci il santuario passò nelle mani del vescovo di Capaccio, che ne determinò la direzione per due secoli; ma nel 1323 Riccardo/Tommaso di Marzano maresciallo del regno di Sicilia e barone di Novi, lo comprò donandolo ai monaci Celestini, per i quali aveva mutato in convento anche metà del proprio palazzo. L’ordine dei Celestini, fondato nel 1264 da Pietro Angelerio, chiamato Pietro del Morrone, divenuto papa col nome di Celestino V, era una congregazione di eremiti i quali, per uno stile di vita solitario e austero, erano i più adatti per un santuario posto in cima a un monte di 1700 metri. Durante la loro permanenza sorsero le prime “fabbriche”, rinvenute nel 1978 durante alcuni scavi. I celestini si fermarono sulle pendici del monte fino al 1807 quando con un decreto venne soppresso l’ordine e ne vennero incamerati i beni.<span id="more-663"></span></p>
<p>A testimoniare l’insediamento celestiniano sono le cosiddette “grotte dei monaci”. I rifugi sono stati ricavati negli anfratti della roccia e con il solo angolo per il fuoco. Sono spazi dominati dalla povertà, costruiti con nude rocce annerite dal fumo e illuminate da una luce soffusa che ne determina il senso dell’arcano.<br />
Nelle stanze dei celestini sono visibili i primi comforts: il gabinetto di decenza, il forno, le vasche di pietra per lavare i piatti e il deposito per l’acqua. La cucina a carbone con il piano di cottura e il focolare. Tutti gli ambienti hanno conservato la pavimentazione in cotto povero.</p>
<p>Nell’aprile del 1807 i celestini si videro sopprimere il loro monastero sito in Novi Velia da Giuseppe Bonaparte e il 12 maggio il Santuario venne affidato al vescovo di Capaccio.<br />
Dopo quasi mezzo secolo di ministero dei Celestini mons. Filippo Speranza entrò in possesso del santuario nominando sacerdote Gennaro Caiafa, che trovò l’edificio in rovina e che si impegnò per la ristrutturazione e la riconsacrazione.<br />
Dal 1860 il Comune di Novi lo amministrò per dieci anni approfittando anche dall’assenza del Vescovo, in esilio a Portici, perché borbonico. Nel 1881 nuovamente lo stato del Santuario era degradato, così D’Ambrosio, sacerdote dotto e intelligente, con la sua instancabile attività diede in pochissimo tempo un volto nuovo al santuario.</p>
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		<title>Perché il Neoclassicismo nacque a Villa Albani?</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 07:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Neoclassicismo]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Albani]]></category>

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Quando Winckelmann conobbe il cardinale.
Metti un tedesco del Settecento di famiglia povera, uno studioso di arte antica che pur di poter venire a coltivare i suoi interessi a Roma accetta la conversione al cattolicesimo. Metti un cardinale di famiglia nobile che intraprende una sorta di “missione” architettonica e si fa costruire una splendida villa con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-655 aligncenter" title="neoclassicismo" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/10/neoclassicismo.jpg" alt="neoclassicismo" width="221" height="228" /></p>
<p><em><strong>Quando Winckelmann conobbe il cardinale.</strong></em></p>
<p>Metti un tedesco del Settecento di famiglia povera, uno studioso di arte antica che pur di poter venire a coltivare i suoi interessi a Roma accetta la conversione al cattolicesimo. Metti un cardinale di famiglia nobile che intraprende una sorta di “missione” architettonica e si fa costruire una splendida villa con l’intento di custodire la sua immensa raccolta antiquaria di arte classica. Metti una zona decentrata di Roma, la via Salaria, da sempre sinonimo di otia e negotia, cioè di riposo e affari (vista la vocazione mercantile di una strada costruita per il trasporto del sale).<span id="more-653"></span></p>
<p>Mettici qualche passeggiata fra i ruderi, la catalogazione della suddetta collezione antiquaria, l’animo sensibile di un intellettuale che si è “fatto da sé”, la buona disposizione alla chiacchiera di un alto prelato, la compagnia di un pittore all’epoca molto in voga come Anton Raphael Mengs e il gioco è fatto. Nasce un nuovo modo di sentire tutte le arti. Nasce il Neoclassicismo.</p>
<p>Il percorso, ovviamente, non è stato così “rettilineo”, ma una semplificazione del genere può aiutare a inquadrare subito il contesto in cui ci si trova per poter affermare che il Neoclassicismo è nato a Villa Albani. Quindi a Roma, fra le statue raccolte un po’ ovunque, fra gli scavi, e le rovine che infestavano la Città Eterna, una città senza via Veneto, senza i Fori Imperiali, senza via della Conciliazione e, tanto per tenerci vicini al luogo in cui Alessandro Albani si fece costruire la sua casa-galleria, senza il quartiere Salario.</p>
<p>C’è una data precisa per l’arrivo nella capitale di Johann Joachim Winckelmann, grandissimo storico dell’arte, uno dei primi a teorizzare l’evoluzione progressiva dei periodi artistici nella storia, nonché il sintetizzatore del nuovo sentire artistico che di li a poco influenzerà tutta la produzione culturale europea.</p>
<p>È il 19 novembre 1755 e Winckelmann sbarcò a Roma forte di una pensione/borsa di studio di ben 200 talleri, elargitagli da Augusto III re di Polonia. Un anno dopo si apre il cantiere di Villa Albani e l’anno successivo il tedesco di belle speranze è colpito da fortuna incommensurabile: viene assunto (anche perché molto diligente e assai preparato, va detto) in qualità di bibliotecario dal potente cardinale Alessandro Albani, cardinal nipote dell’allora papa Clemente XI.</p>
<p>Mai professione poteva adeguarsi meglio agli intenti dello studioso. La fortuna poi divenne sfacciata quando il cardinale lo promosse a catalogatore ufficiale del suo Immenso patrimonio statuario antico e a suo sistematore, oltre che a compagno ufficiale di tutte le passeggiate serali dentro Roma che l’alto prelato amava praticare fra una festa e l’altra, fra una love-story e l’altra (le cronache ci restituiscono una figura che, nonostante la tonaca, non disdegnava di violare l’obbligo al celibato, ancorché soltanto con donne di pari rango).</p>
<p>«Stupefatto nella città in mezzo alle rovine di giganti», lo studioso venuto dal nord si aggirava dentro ai Fori e quasi rischiava la vita per studiare le splendide statue che decoravano la vigna di un altro nobile, il principe Ludovisi , che aveva la sua villa fuori porta, a Porta Pinciana, dove poi fu edificato il quartiere di via Veneto. Capitò che dopo una settimana sotto al sole, mise il piede su una statua e rovinò al suolo, uscendone, per miracolo, illeso.</p>
<p>Anche l’Apollo del Belvedere (parte della collezione dei Musei Vaticani) lo turbò particolarmente e pare che proprio l’ammirazione sconfinata e le lunghe ore di meditazione rapita davanti a quella statua gli fecero pensare che la nobile semplicità e la quieta grandezza (edle Einfalt und stille Größe) fossero le mete da perseguire nella letteratura come nelle arti figurative. Ma questo lo scrisse soltanto qualche anno più tardi, nel suo testo capolavoro, Storia delle arti del disegno presso gli antichi (Dresda 1764), in cui, appunto, teorizzò anche che i periodi artistici altro non sono che un prodotto del presente storico in cui si sviluppano, che l’arte mira esclusivamente alla bellezza pura e che questo si dovevano prefiggere anche tutti gli intellettuali del suo tempo.</p>
<p>Un anno prima della pubblicazione del suo libro più importante, però, Johann Joachim Winckelmann aveva ottenuto l’incarico più prestigioso della sua carriera: era diventato prefetto alle antichità di Roma e da quel “posto” privilegiato si era potuto godere lo spettacolo della città fin nei suoi più minimi meandri.</p>
<p>Ingenuo, emozionato, innamorato della Città Eterna, forse voglioso di trovare conferme per le sue teorie sullo “stato dell’arte”, Winckelmann commise un mucchio di errori di valutazione: scambiò copie romane per originali e si lanciò in dissertazioni su periodi storico-artistici su cui non aveva sufficienti informazioni per deliberare. Ma comunque si gettò a capofitto e con passione estrema nello studio delle antichità romane, consegnandoci un patrimonio più ordinato e meno sconosciuto della cui bellezza adesso ancora godiamo.</p>
<p>Tutto questo, però, cominciò nel bel mezzo del quartiere Salario, dietro agli spessi muraglioni che oggi chiudono alla vista e alle visite la splendida Villa Albani. Allora non c’erano il traffico, i condomini e la confusione. La via Salaria restituiva ancora gli echi salmastri delle sue origini e i giardini del cardinale si riempivano ogni giorno con ogni ben di dio in quanto ad arte e archeologia. Il «magno protettore» di Winckelmann, «capo di tutti gli antiquari» aveva «portato alla luce statue e cose di cui nessuno sospettava l’esistenza». Il giovane studioso tedesco che era nato povero e si era convertito al cattolicesimo per riuscire a lavorare nella Città Eterna aveva l’onore di passeggiare ogni giorno in una Roma a noi sconosciuta e fare amicizia con Mengs, uno dei pittori più in voga dell’epoca. Per uno che ha inserito l’arte nel suo contesto storico e la creatività al servizio della bellezza, non poteva esserci inizio migliore.</p>
<p>TRATTO da :<br />
<strong><em>101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma &#8211; 2008</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Perché la civetta sul cavallo di Marco Aurelio va osservata con attenzione?</title>
		<link>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/perche-la-civetta-sul-cavallo-di-marco-aurelio-va-osservata-con-attenzione/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 07:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cavallo Marco Aurelio]]></category>
		<category><![CDATA[civetta]]></category>

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		<description><![CDATA[
Quando l’Apocalisse passò per il Campidoglio.
Speciale quella statua lo è sempre stata. Un oggetto del desiderio, una “cosa” antica da guardare. Fu protagonista della storia medievale di Roma da subito, quando fu salvata &#8211; l’unica &#8211; dalla distruzione delle statue equestri del Foro e portata in Laterano a rappresentare Costantino. Non era lui, ovviamente, era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-661 aligncenter" title="civetta-marcolo-aurelio" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/10/civetta-marcolo-aurelio.jpg" alt="civetta-marcolo-aurelio" width="259" height="194" /></p>
<p><strong>Quando l’Apocalisse passò per il Campidoglio.</strong></p>
<p>Speciale quella statua lo è sempre stata. Un oggetto del desiderio, una “cosa” antica da guardare. Fu protagonista della storia medievale di Roma da subito, quando fu salvata &#8211; l’unica &#8211; dalla distruzione delle statue equestri del Foro e portata in Laterano a rappresentare Costantino. Non era lui, ovviamente, era Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, ma all’epoca serviva un’istantanea, una specie di “foto” in bronzo del sovrano tollerante, e non ci si fece tanti scrupoli a mettere in atto lo scambio di persona.<span id="more-660"></span></p>
<p>Alla fine quel bronzo era sufficientemente nobile e autorevole per incarnare simbolicamente l’immagine del mondo antico che si era piegato alle novità religiose provenienti da Oriente. Costantino aveva sancito quell’arrivo con l’Editto di Milano? Costantino aveva costruito il Laterano per far praticare quella religione in santa pace? E allora ecco trovatagli un’immagine, un’icona, per raccontare la sua storia ai posteri. Senza troppi problemi sull’accuratezza dell’attribuzione e con lo stesso spirito “riciclatore” che stava facendo sopravvivere la Roma medievale sulle rovine di quella antica, la sistemarono lì, nel nuovo “cuore” dell’Urbe, a vigilare su elezioni papali e feste di popolo.</p>
<p>Una delle più importanti a cui prese parte, nel 1347, era in onore del senatore megalomane: Cola di Rienzo. Per l’occasione — fu l’evento dell’anno non c’è che dire — con un miracolo di ingegneria idraulica, dalle narici del cavallo di razza nordica montato da Marco Aurelio furono fatti fuoriuscire vino bianco e rosso. Il ciuffo sulla testa dell’equino sfidava gli elementi, l’imperatore guardava la “sua” città dall’alto in basso, Cola la voleva governare secondo una tradizione inventata da lui e il popolo godeva e ammirava la statua con l’adorazione con cui l’ubriacone adora le botti di un’osteria, increduli che invece delle solite caccole, dalle froge della bestia, almeno per una volta, uscisse vino.</p>
<p>Durante la festa, il sole caldo dell’Urbe, deve averla fatta scintillare non poco sotto i suoi raggi, perché oggi ciò che ammiriamo sotto le ampie vetrate disegnate dall’architetto Aymonino nei Musei Capitolini non è che la parte più umile della statua di Marco Aurelio, essendo nata placcata in oro, brillante e regale come si addice all’immagine di un imperatore assai raffinato. Quell’oro, insieme a tutto ciò che di prezioso custodiva la Roma dei tempi gloriosi ovviamente era scomparso anche all’epoca della sua presenza in Laterano. Ne sopravviveva forse soltanto qualche scheggia in più di oggi. Qua e là, sulla faccia del cavallo, sulla testa del sovrano, sul posteriore dell’animale.</p>
<p>E visto che per secoli tutti pensavano che si trattasse di Costantino, appare un peccato veniale il fatto che tradizionalmente a Roma si credesse anche che il rivestimento fosse il bronzo e non il contrario e che quei bagliori ricchissimi altro non erano che la vera materia della statua, prossima a rivelarsi. Inutile dirlo, ma non accadde mai. E forse è meglio così. Nel frattempo il Marco Aurelio fu spostato nel Cinquecento in Campidoglio, dopo aver resistito all’abbandono della vecchia sede papale, a più di qualche disputa scandalosa (addirittura un papa femmina!), ai briganti e agli incendi che durante il periodo avignonese imperavano in quella parte di Roma.</p>
<p>Fu proprio allora che una delle tante leggende dell’Apocalisse si concentrò sul materiale di costruzione dell’opera e in particolar modo si appuntò proprio su quel ciuffo di crini malandrino che sfidava gli elementi da secoli. Lo chiamarono la civetta, perché alla fine è vero: assomiglia proprio a un uccellino poggiato sulla testa del cavallo (e anche questo è uno scambio che va aggiunto alla lista degli equivoci circolati intorno al Marco Aurelio del Campidoglio). In ogni caso, alla civetta fu conferito un potere strano, la capacità di rianimarsi in seguito al verificarsi di una condizione specifica quanto improbabile.</p>
<p>Quando la statua diventerà tutta d’oro e la civetta canterà, allora sarà la fine di Roma e, quindi, (il quindi è dei romani) di tutto il mondo conosciuto. Non è la prima volta che nell’Urbe si tira in ballo l’Armageddon, lo si faceva abitualmente il 24 giugno in occasione della festa di san Giovanni, quando si celebrava facendo bene attenzione a non strillare troppo per non svegliare Er Nocchilia, la bestia mostruosa portatrice dell’Apocalisse temporaneamente addormentata sotto la Scala Santa. A questa tradizione si aggiunse poi anche la statua di Marco Aurelio, al cui cavallo (o meglio al suo ciuffo birichino) è affidato il compito di annunciare la fine di tutto. E la questione impone una riflessione. Quale senso di precarietà e di disastro imminente doveva attanagliare le viscere dei romani se a ogni piè sospinto si temeva la distruzione dell’universo?</p>
<p>Era forse la memoria storica di una città che stava lentamente risorgendo dal tracollo degli anni dell’Impero quella sensazione maturata nei secoli che tutto ha un termine e che le “feste” durano sempre troppo poco? Non si sa, anche perché non si conosce esattamente il momento storico in cui ha cominciato a circolare la leggenda della “civetta” di Marco Aurelio. Ma che a Roma l’Apocalisse dovesse partire anche dal Campidoglio è stata una certezza da sempre. Lo era per esempio anche per Belli che infatti scrisse: «E si ttu gguardi er culo der cavallo / e la faccia dell’omo, quarche innizzio / già vederai de scappà ffora er giallo. / Quanno è poi tutta d’oro, addio Donizzio: / se va a ffà fotte puro er piedistallo, / ché amanca poco ar giorno der giudizzio».</p>
<p>TRATTO da :<br />
<strong><em>101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma &#8211; 2008</em></strong></p>
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		<title>Santuario di Sant’Antonio di Padova</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 07:51:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Santuari]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario di Sant’Antonio di Padova]]></category>

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		<description><![CDATA[
PADOVA
Santuario di Sant’Antonio di Padova
Frati Minori Conventuali
Piazza del Santo, 11
35123 PADOVA
Tel. 049.8789722 &#8211; Fax 049.8789735
(diocesi di Padova)
In auto: autostrada A4 Milano – Venezia; A13 Bologna &#8211; Padova; statali da Bologna, Venezia, Treviso, Belluno, Verona.
In treno: linea Milano-Venezia; Roma-Venezia, Belluno-Padova.
Sant’Antonio è nato a Lisbona nel 1195, ha trascorso a Padova gli ultimi anni della sua vita, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-650 aligncenter" title="Santuario-di-Sant-Antonio-di-Padova" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/10/Santuario-di-Sant-Antonio-di-Padova.jpg" alt="Santuario-di-Sant-Antonio-di-Padova" width="276" height="183" /></p>
<p>PADOVA<br />
Santuario di Sant’Antonio di Padova<br />
Frati Minori Conventuali</p>
<p>Piazza del Santo, 11<br />
35123 PADOVA<br />
Tel. 049.8789722 &#8211; Fax 049.8789735<br />
(diocesi di Padova)</p>
<p>In auto: autostrada A4 Milano – Venezia; A13 Bologna &#8211; Padova; statali da Bologna, Venezia, Treviso, Belluno, Verona.</p>
<p>In treno: linea Milano-Venezia; Roma-Venezia, Belluno-Padova.</p>
<p>Sant’Antonio è nato a Lisbona nel 1195, ha trascorso a Padova gli ultimi anni della sua vita, ed è morto all’Arcella (Padova) il 13giugno 1231. <span id="more-649"></span>Fattosi monaco, prima agostiniano, poi francescano, fu un grande predicatore, amico e difensore dei poveri. Venuto in Italia nel 1228, prese dimora a Padova in un piccolo Convento vicino alla chiesetta di S. Maria Mater Domini. Fu canonizzato nel 1232, a undici mesi dalla morte, e subito si pensò di erigere in suo onore una Chiesa in luogo della preesistente chiesetta di S. Maria Mater Domini, carissima al Santo.</p>
<p>L’attuale Basilica di Padova è in gran parte il risultato di tre costruzioni che si sono sovrapposte e completate a vicenda armonicamente dall’anno 1238 al 1310. Il primo edificio consisteva in un’unica navata, corrispondente all’attuale navata centrale, a croce latina e con una piccola abside; tra il 1256 e il 1263 furono aggiunte le due navate laterali e fu ampliata l’abside: nel 1263 il corpo del Santo fu esumato e trasportato da S. Maria Mater Domini al centro della nuova Chiesa; tra il 1265 e il 1310 furono innalzate le cupole con i campanili e costruite le cappelle a raggiera attorno all’abside. Alcuni secoli più tardi, e precisamente dal 1694 in poi, fu costruita la cappella delle reliquie o del tesoro, in continuazione con l’abside.</p>
<p>La sistemazione attuale del presbiterio e dell’altare maggiore è opera di Camillo Boito (1895). I chiostri che affiancano la Basilica sono stati costruiti o modificati nel 1400.<br />
L’architetto, o meglio, gli architetti della Basilica del Santo sono ignoti. Lo stile architettonico dell’edificio è gotico, più severo nelle navate, più movimentato e ingentilito nell’abside; le cupole sono una chiara aggiunta che richiama lo stile orientale-bizantino in concorrenza con quelle di S.Marco a Venezia; la cappella delle reliquie è barocca.</p>
<p>Le opere d’arte che impreziosiscono il Santuario sono molte: ne nomineremo solo alcune.<br />
Altare maggiore: fu realizzato nel 1895 da Camillo Boito che vi radunò sopra e attorno i trenta capolavori di Donatello eseguiti per la Basilica tra il 1444 e il 1450. Nella cappella di S. Giacomo (1370) bellissima la Crocifissione. La cappella delle benedizioni è opera di P. Annigoni (1981-83) che vi ha affrescato un drammatico Crocifisso, incarnazione della sofferenza umana, tra due episodi, sulle pareti, della vita di S. Antonio: la predica ai pesci e l’incontro con Ezzelino da Romano.</p>
<p>La cappella delle Reliquie o del Tesoro, dove sono esposte alcune insigni reliquie del Santo: il mento, la lingua incorrotta, le cartilagini laringee o «corde vocali», insieme con doni votivi e preziose suppellettili liturgiche. Dal 1981 sono lì collocate anche la cassa di legno usata per la sepoltura e quanto rimane della tonaca. La cappella della Madonna Mora è l’ambiente dell’antica chiesetta di S Maria Mater Domini inglobata nella Basilica. A nord di questa e stata aperta nel 1300 la cappella detta del Beato Luca Belludi, compagno di S. Antonio che lì è sepolto; i magnifici affreschi sono del fiorentino Giusto de’ Menabuoi, che vi lavorò dal 1382 in poi.</p>
<p>La cappella di S.Antonio conserva sotto la mensa dell’ altare la tomba del Santo qui collocata nel 1350.<br />
La cappella della tomba o «Arca» fu costruita in stile gotico e poi trasformata in rinascimentale impreziosita da nove altorilievi in marmo opera di celebri artisti (Antonio e Giovanni Minello, Giovanni Rubino, Silvio Cosini, Danese Cattaneo, Girolamo Campagna, Jacopo Sansovino, Tullio Lombardo, Giovanni Maria Mosca, Paolo Stella, Antonio Lombardo).</p>
<p>A fianco della Basilica si possono visitare quattro chiostri costruiti in stile gotico nel 1400 sono denominati del noviziato, della magnolia, del generale, del beato Luca (ex museo). Sul sagrato si affacciano due Oratori artisticamente interessanti: quello di S. Giorgio affrescato interamente da Altichieri da Zevio e ultimato nel 1384 e la Scuola di S Antonio o «Scoletta» che contiene affreschi e tele di notevole valore, tra cui tre del giovane Tiziano.<br />
Davanti alla Basilica sulla piazza, sorge la statua equestre di Erasmo da Narni detto il Gattamelata, celebre capolavoro del Donatello (1447-1453).</p>
<p>Le festività particolari riguardano il santo patrono: il 15 febbraio commemorazione della traslazione delle reliquie e rinvenimento della lingua incorrotta nel 1263; il 13 giugno solennità di S. Antonio di Padova preceduta da una «tredicina» e conclusa con una grande processione.<br />
La devozione popolare ha dedicato due giorni settimanali al Santo il venerdì (giorno della sua morte) e il martedì (giorno della traslazione della salma)<br />
S. Messe quasi ogni ora S. Messa solenne ogni giorno alle ore 17<br />
Apertura: ore 6-20 (estate), 6-19 (inverno)</p>
<p>TRATTO da :<br />
<strong><em>Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</em></strong></p>
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		<title>Santuario Santa Maria del Fiore &#124; Firenze</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Oct 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa Cattolica]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Santuari]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[
FIRENZE
Santuario Santa Maria del Fiore.
Piazza Duomo
50122 FIRENZE
(diocesi di Firenze)
In auto: autostrada Al Milano-Roma : uscita a Firenze nord, raggiungere il centro della città (5 km).
In treno: linea Milano-Bologna-Firenze-Roma, stazione centrale di Firenze.
Il Duomo di Firenze, in stile gotico, dedicato a S. Maria del Fiore, ebbe inizio nel 1296 a opera di Arnolfo di Cambio, sull’antica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-644 aligncenter" title="Santuario-Santa-Maria-del-Fiore-Firenze" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/10/Santuario-Santa-Maria-del-Fiore-Firenze.jpg" alt="Santuario-Santa-Maria-del-Fiore-Firenze" width="300" height="233" /></p>
<p>FIRENZE<br />
Santuario Santa Maria del Fiore.<br />
Piazza Duomo<br />
50122 FIRENZE<br />
(diocesi di Firenze)</p>
<p>In auto: autostrada Al Milano-Roma : uscita a Firenze nord, raggiungere il centro della città (5 km).<br />
In treno: linea Milano-Bologna-Firenze-Roma, stazione centrale di Firenze.</p>
<p>Il Duomo di Firenze, in stile gotico, dedicato a S. Maria del Fiore, ebbe inizio nel 1296 a opera di Arnolfo di Cambio, sull’antica cattedrale di S. Reparata. Alla sua morte fu continuato da Giotto che già stava realizzando il campanile.<br />
Fu ripreso più volte in proporzioni sempre più ampie fino a essere completato con la cupola di Brunelleschi nel 1436, a cui fu aggiunta la lanterna nel 1461.<br />
La grande cattedrale fu consacrata da Papa Eugenio IV e venne dedicata a S. Maria del Fiore : il fiore alludeva a Firenze.<span id="more-642"></span></p>
<p>Il Duomo è rivestito di marmo bianco di Carrara, verde di Prato, rosso di Maremma. La facciata attuale è di Emilio De Fabris che si ispirò allo stile 	gotico-fiorentino degli anni 1871-87, con grande rosone centrale e un rilievo di Maria in Gloria di Augusto Conti, sulla cuspide del portale maggiore. La cupola ottagonale, di stile rinascimentale, con costoloni bianchi di marmo è sormontata da lanterna marmorea a forma di tempietto (è alta 107 m) ed è decorata dall’affresco del Giudizio universale di Giorgio Vasari e Federico Zuccari (1572-79). Sul fianco nord la porta della Mandorla che ha sulla cuspide un altorilievo raffigurante l’Assunta entro una mandorla trasportata dagli angeli, opera di Nanni di Banco (1421) nella lunetta Annunciazione di Domenico Ghirlandaio (1491). All’altare maggiore, di Baccio Bandinelli, si trova un Crocifisso in legno di Benedetto da Maiano (1495-97).</p>
<p>In edicole marmoree otto grandi statue cinquecentesche degli apostoli tra cui S.Giovanni di Benedetto da Rovezzano e San Giacomo Maggiore di Iacopo Sansovino. Al centro dell’ottagono coro in marmo di Baccio Bandinelli.<br />
Nei bracci minori della croce ci sono tre absidi poligonali, con cinque cappelle ciascuna. Nella tribuna di sinistra un gruppo marmoreo di Michelangelo del 1550 circa, raffigurante la Pietà. Sotto il Duomo si apre una cripta, dove si trovano i resti dell’antica cattedrale di S. Reparata, abbattuta nel 1375, venuti alla luce durante gli scavi del 1966, con resti di affreschi trecenteschi e numerose lastre tombali tra le quali quella di Filippo Brunelleschi, il grande architetto della cupola.<br />
<strong><br />
TRATTO da :<br />
Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</strong><em></em></p>
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