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	<title>Associazione Turismo Religioso</title>
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		<title>&#8220;Chiuder La Vita&#8221; &#8211; Esposizione Straordinaria del San Giovanni Battista della Galleria Borghese</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 17:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Sensi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Chiuder La Vita]]></category>
		<category><![CDATA[Galleria Borghese]]></category>
		<category><![CDATA[San Giovanni Battista]]></category>

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Dal 18 luglio al 18 agosto 2010 la chiesa di Sant&#8217;Erasmo di Porto Ercole ospita la mostra-evento Michelangelo Merisi da Caravaggio &#8220;Chiuder la vita&#8221;.
L&#8217;esposizione, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Comune di Monte Argentario e da eni, è aperta al pubblico gratuitamente per la sua intera durata. Curata da Valeria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-634 aligncenter" title="chiuder-la-vita" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/08/chiuder-la-vita.jpg" alt="chiuder-la-vita" width="151" height="151" /></p>
<p>Dal 18 luglio al 18 agosto 2010 la chiesa di Sant&#8217;Erasmo di Porto Ercole ospita la mostra-evento Michelangelo Merisi da Caravaggio &#8220;Chiuder la vita&#8221;.</p>
<p>L&#8217;esposizione, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Comune di Monte Argentario e da eni, è aperta al pubblico gratuitamente per la sua intera durata. Curata da Valeria Merlini e Daniela Storti con il coordinamento scientifico di Francesca Temperini e prodotta da Aleart progetti d&#8217;immagine, la mostra intende celebrare gli ultimi momenti della vita del grande artista che proprio a Porto Ercole concluse la sua esistenza. Scrive il biografo Bellori: &#8220;Così il Caravaggio si ridusse a chiuder la vita e l&#8217;ossa in una spiaggia deserta, ed allora che in Roma attendevasi il suo ritorno, giunse la novella inaspettata della sua morte, che dispiacque universalmente&#8221;<span id="more-633"></span></p>
<p>Nel luglio del 1610 Michelangelo Merisi da Caravaggio scomparve per sempre. Nel disperato ed estremo tentativo di tornare verso Roma, da dove era fuggito dopo aver ucciso un uomo, Caravaggio lascia per l&#8217;ultima volta la costa di Napoli con le sue poche cose. Con lui tre dipinti probabilmente destinati al Cardinale Scipione Borghese, suo avido collezionista e uomo dall&#8217;enorme potere, unico in grado di commutare la sua pena in grazia, permettendogli di tornare a una vita vera.</p>
<p>Nessuno conosce con precisione le reali circostanze che lo portarono alla morte; dopo alcuni anni i biografi più noti del tempo lasciarono ai posteri una versione curiosamente concorde sulla fine della sua esistenza. Giunto a Palo, Caravaggio venne arrestato e due giorni dopo, riacquistata la libertà, si lanciò all&#8217;inseguimento della feluca su cui le sue opere avevano proseguito il viaggio, nel disperato tentativo di recuperare l&#8217;unico reale salvacondotto per il potente Cardinale.</p>
<p>Stremato dalla fatica e dalla febbre che lo aveva colto, uno dei geni assoluti della pittura di ogni tempo trovò la morte a soli trentanove anni a Porto Ercole.</p>
<p>Così oggi, a quattrocento anni dalla sua scomparsa, Michelangelo Merisi da Caravaggio viene ricordato nel luogo dove la storia ha voluto che giungesse a &#8221; chiuder la vita &#8220;.</p>
<p>Viene celebrato attraverso la sua pittura, segno potente e indissolubile della sua grandezza, ricostruendo l&#8217;ipotetico carico della sua agognata feluca nel simbolico &#8220;ventre&#8221; della chiesa più antica di Porto Ercole.</p>
<p>Protagonista dell&#8217;esposizione è lo straordinario San Giovanni Battista della Galleria Borghese, opera unanimemente riconosciuta dalla critica come appartenente al prezioso carico dell&#8217;imbarcazione. Il dipinto verrà posto in una speciale teca di cristallo climatizzata del Laboratorio Museo Tecnico Goppion e illuminata in modo che il pubblico la possa ammirare da vicino in tutta la sua bellezza. Lo Studio Greci curerà l&#8217;allestimento nella chiesa regalando al pubblico un&#8217;atmosfera di grande impatto, rievocando l&#8217;interno della feluca.</p>
<p>Un filmato inserito all&#8217;interno dell&#8217;allestimento raccoglierà inoltre gli spezzoni dei film che negli ultimi ottanta anni hanno raccontato gli istanti finali della vita del grande artista lombardo, rivissuti attraverso la sensibilità dei maggiori registi e interpreti internazionali.</p>
<p>La mostra si inquadra nella ormai consolidata tradizione eni di mettere a diposizione del grande pubblico, gratuitamente, opere d&#8217;arte di grandissimo valore. Questa iniziativa segue, tra le altre, l&#8217;esposizione a Milano de La conversione di Saulo del Caravaggio a Palazzo Marino nel 2008 e, l&#8217;anno successivo sempre a Palazzo Marino, Il San Giovanni Battista di Leonardo, prestato dal Louvre. Entrambe le mostre hanno riscosso un enorme successo di pubblico.</p>
<p><strong><em>Di Laura Barbieri</em></strong></p>
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		<title>Santuario della Madonna del Soccorso CORI (LT)</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 08:26:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Buonaguro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Guide]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Ordini Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Padri Trinitari]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Santuari]]></category>

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		<description><![CDATA[
CORI (LT)
Santuario della Madonna del Soccorso
Padri Trinitari (Prov. Italiana Ordine degli scalzi della SS. Trinità)
Via del Soccorso
04010 Cori
Tel. 06.96.78.127
Fax 06.96.61.02.47
(diocesi di Latina, Terracina, Sezze e Priverno)
In auto: autostrada A1 Milano-Roma, uscita a Valmontone, poi proseguire per Artena, Giulianello, Cori Monte, Santuario.
Oppure SS 148 Pontina, uscita Cisterna di Latina, Cisterna, Cori Monte.
Oppure SS 7  Appia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-631 aligncenter" title="santuario-cori" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/08/santuario-cori-300x162.jpg" alt="santuario-cori" width="300" height="162" /></p>
<p><strong>CORI (LT)<br />
Santuario della Madonna del Soccorso<br />
Padri Trinitari (Prov. Italiana Ordine degli scalzi della SS. Trinità)</strong></p>
<p>Via del Soccorso<br />
04010 Cori<br />
Tel. 06.96.78.127<br />
Fax 06.96.61.02.47<br />
(diocesi di Latina, Terracina, Sezze e Priverno)</p>
<p>In auto: autostrada A1 Milano-Roma, uscita a Valmontone, poi proseguire per Artena, Giulianello, Cori Monte, Santuario.<br />
Oppure SS 148 Pontina, uscita Cisterna di Latina, Cisterna, Cori Monte.<br />
Oppure SS 7  Appia, svoltare a destra al semaforo per Latina Scalo, Doganella, Cori Monte.<br />
In treno: da Roma Termini per Cisterna di Latina, poi collegamento pullman.</p>
<p>Le origini del Santuario sono legate ad una tradizione che riporta l&#8217;apparizione della Madonna avuta da una bambina di Cori. Il 4 maggio del 1521 la piccola Oliva, cercando di raggiungere la madre che si recava a mietere i campi, si perse sui monti di Cori, disorientata da un improvviso temporale. Si riparò sotto una pianta di ginestra dove ebbe l&#8217;apparizione della Vergine che per otto giorni la protesse dal maltempo e la nutrì. Quando la bimba fu ritrovata descrisse l&#8217;esperienza vissuta e, per la sua innocenza, fu creduta. Tra l&#8217;altro i Coresi rinvennero, nei pressi dell&#8217;apparizione descritta dalla piccola Oliva, un&#8217;icona della Madonna.<span id="more-630"></span></p>
<p>In questa zona, ancora oggi chiamata “La Badia”, sono visibili i resti di un vecchio Monastero di origine benedettina ed intitolato alla Santissima Trinità. Pare che fu un Cenobio abbastanza prospero, i cui possedimenti, prima furono aggregati, nel XIII secolo, all’Abbazia dei Cistercensi Florensi di Santa Maria sul monte Mirteto presso Ninfa e poi, decaduta questa, passarono ai Monaci di Subiaco. I Benedettini usavano erigere edicole con immagini sacre vicino ai loro Monasteri. Quindi l’immagine della Vergine trovata dai Corani potrebbe appartenere proprio ad una di queste edicole, all’epoca del ritrovamento ormai in stato di abbandono e coperta di rovi.</p>
<p>L’attuale Santuario sorge proprio sulle vestigia dell’antico insediamento benedettino. Già nel 1521 fu eretta, sul luogo dell&#8217;evento miracoloso, una cappella contenente l&#8217;immagine della Madonna. Però già sedici anni più tardi, essendo aumentato il numero dei devoti, fu eretta una Chiesa al quale fu annessa anche la primitiva cappella. I pellegrinaggi continuarono ad intensificarsi tanto che nel secolo successivo, nel 1634, fu indispensabile ampliare la Chiesa. Il progetto fu affidato ad un architetto romano, Mario Arconti, che diresse anche i lavori terminati nel 1639, anno in cui fu inaugurato il nuovo Santuario. L&#8217;interno della Chiesa, in stile barocco, è ad unica navata coperta a volta. La zona del Presbiterio è invece coperta da una cupola sormontata da lanterna.</p>
<p>Ai lati della navata si vedono quattro altari, due per lato, intitolati a San Pasquale Baylon, ai Santi Girolamo e Carlo Borromeo, alla Sacra Famiglia e a Santa Lucia Vergine e Martire. In fondo alla navata, prima del Presbiterio, a sinistra si apre l&#8217;accesso alla Cappella dell&#8217;Apparizione, sull&#8217;altro lato l&#8217;ingresso alla Sacrestia. L&#8217;altare maggiore fiancheggiato da due colonne doriche, fu donato dal nobile del luogo Lorenzo Buzi. Nello stesso anno della consacrazione al Santuario fu donata un&#8217;immagine della Madonna, forse di scuola fiorentina, risalente al 1300.</p>
<p>Questo dipinto è arrivato ai nostri giorni dopo molti restauri e sovrapposizioni; si vede la Madonna seduta sul trono con un mantello mentre sorregge con il braccio sinistro Gesù Bambino; in alto due angeli che sorreggono una corona; a sinistra della Vergine la bambina Oliva, avvolta in un abito rosso, inginocchiata. La facciata della chiesa è caratterizzata da un portico formato da tre archi a tutto sesto.</p>
<p>Si celebra la festa della Madonna del Soccorso (seconda domenica di maggio e lunedì seguente).</p>
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		<title>Perché san Giuseppe è il santo dei bignè?</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 15:07:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Enogastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Storia gastronomica di un santo del popolo


I famosissimi bignè della “Festa del papà”, quelli fritti nell’olio e poi farciti da una golosa cremina sono allo stesso tempo una sorta di delizia ipercalorica e un omaggio al padre più famoso della storia della religione. Un padre putativo, o adottivo che dir si voglia, ma pur sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Storia gastronomica di un santo del popolo</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><img class="size-full wp-image-628 aligncenter" title="bigne-san-giuseppe" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/07/bigne-san-giuseppe.jpg" alt="bigne-san-giuseppe" width="274" height="171" /><br />
</strong></p>
<p>I famosissimi bignè della “Festa del papà”, quelli fritti nell’olio e poi farciti da una golosa cremina sono allo stesso tempo una sorta di delizia ipercalorica e un omaggio al padre più famoso della storia della religione. Un padre putativo, o adottivo che dir si voglia, ma pur sempre padre di colui sulla cui avventura in terra è stata costruita una fede che è fra le più forti al mondo.<br />
Il bignè di san Giuseppe, sia chiaro, non è una specialità soltanto romana, così come la “Festa del papà” che è invece, piuttosto un appuntamento nazionale, per altro assai sentito ultimamente (almeno in termini di bignè venduti e consumati con la scusa di festeggiare i padri, anche quelli che non ci sono più). Trattasi di una ricorrenza spensierata per forza, visto che arriva alla fine dell’inverno, segue il Carnevale ed è preludio di primavera. Ma non è nulla rispetto alle celebrazioni che a Roma si tenevano in onore del santo cui, per tradizione, erano abbinate anche le famosissime frittelle.<span id="more-627"></span></p>
<p>«San Giuseppe frittellaro / tanto bono e tanto caro / tu che sei così potente / d’aiutà la pòra gente I tutti pieni de speranza / te spedimo 	quest’istanza». Ecco, così ci si rivolgeva al padre di Gesù in occasione della sua festa. Si chiedeva tranquillità, una casa, di vivere sereni nella propria povertà e questo tipo di richieste erano indirizzate a un santo falegname e a qualcuno che anche davanti alla violazione più sacra dell’onore di un uomo (la paternità) era stato costretto, per cause di “forza maggiore”, a chinare il capo e accettare le conseguenze. Il suo mestiere, quindi, e l’aver dovuto sottostare a leggi più grandi di lui lo avevano reso uno specchio del popolo di Roma, un santo per una volta “familiare”. Un santo frittellaro, appunto.</p>
<p>Anche Belli ricorda le processioni e la festa del 19 marzo (un gran bel cancan rispetto alla misera abbuffata di bignè cui si è ridotta adesso la ricorrenza) e i frittellari più famosi (Padron Cucchiarella nel caso di questa poesia, anche se uno dei più noti si chiamava Gnaccherino). «E&#8230;Oh, dunque, scrivi / un zonetto pe llui, tutto in onore / de quer gran Zan Giuseppe confessore, / protettor de li padri putativi». Le lodi (e il sonetto) erano tutte per il friggitore, per i versi a braccio con cui, mentre friggeva, riusciva a rendere omaggio al padre di Gesù Cristo in romanesco, per la bontà delle frittelle, per gli addobbi del suo banchetto: le lucine, i nastri, le bandiere. A san Giuseppe, invece, andavano le richieste e le bonarie prese per i fondelli per essersi guadagnato, appunto, il ruolo di protettore dei “padri putativi”, che in altre parole equivale ai cornuti.</p>
<p>Ma sono scherzi che si potrebbero rivolgere a un amico sfortunato. Umorismo da rione, risate di popolo. Beffi stesso, che di<br />
primo nome faceva Giuseppe, in un sonetto dedicato al suo onomastico non si esime dall’insinuare qualche “dubbio” sulla sorte del padre di Gesù (il sonetto si intitola La festa mia ed è del 1836): «E ssi ppijamo quell’antro coll’S, / sto San Giuseppe poi, povero vecchio, / tutti sanno che ccosa je successe». Tanta confidenza ai limiti della blasfemia era il prezzo da pagare per essere un santo di popolo, un falegname assunto in cielo senza aver rivestito un ruolo particolare nella vicenda che non fosse l’aver garantito casa a una moglie in odore di tradimento e a un figlio che “occorreva” credere figlio di dio.</p>
<p>Nel cuore dei popolani dei rioni c’era l’immagine del povero Giuseppe in preda ai dubbi, con gli attrezzi da falegname in mano e un prurito strano sulla fronte. Si dice a Roma che chi si gratta la testa è perché c’ha le corna. Ma ciò su cui nei vicoli si sentenziava era una storia in fondo “amica”, comprensibile (per una volta), aliena ai grandi misteri della fede. E a un santo del popolo si poteva pure chiedere di proteggere la semplicità delle frittelle del 19 marzo e i poveracci come lui, abituati a penare per un tetto sulla testa e per le minime cose della vita. A un santo del popolo come lui si potevano anche chiedere “favori” di vita spicciola: «O gran santo benedetto / fa che ognuno ciabbia un tetto; / la lumaca affortunata / se lo porta sempre appresso / fa pe’ noi puro lo stesso. / Facce cresce sulla schina / una camera e cucina».</p>
<p>TRATTO da :<br />
<em><strong>101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma &#8211; 2008</strong></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>800 anni di catene e libertà. Il signum trinitario tra storia e attualità</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 13:49:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Padri Trinitari]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia
Il tempo ‘epocale’ di crociate e jihad è durato convenzionalmente per circa due secoli dalla fine dell’ XI alla fine del XIII (V-VII H); ma perdurerà ancora nei secoli seguenti come ‘tendenza non sopita’ e ancora ai nostri giorni come rischio che talora soggiace ‘vivo’ nell’impiantare i possibili rapporti tra mondo occidentale ed islamico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-623" title="800anniversario" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/06/800anniversario-129x300.jpg" alt="800anniversario" width="129" height="300" style="float:left; margin-right: 3px; margin-bottom: 3px;" /><strong>La storia</strong><br />
Il tempo ‘epocale’ di crociate e jihad è durato convenzionalmente per circa due secoli dalla fine dell’ XI alla fine del XIII (V-VII H); ma perdurerà ancora nei secoli seguenti come ‘tendenza non sopita’ e ancora ai nostri giorni come rischio che talora soggiace ‘vivo’ nell’impiantare i possibili rapporti tra mondo occidentale ed islamico. Fenomeno complesso quello delle crociate e del jihad, specie quando è inteso come ‘guerra santa’, laddove teologia e diritto supportavano il ricorso alle armi, legittimando quindi la violenza fino all’uccisione del nemico o alla sua penosa cattività.</p>
<p>Ebbene, nella più generale e propagandata politica di armamento e riarmo come servizio militare, Giovanni de Matha, cantore della ‘totale inclusione’ e obiettore di coscienza, sente in sé di avere da Dio, padre di tutti gli uomini, il mandato profetico di liberare i prigionieri di ‘guerre sante’: cristiani e musulmani, senza distinzione.</p>
<p><strong>L’arte: il segno, il simbolo</strong><br />
L’estetica medievale pur nelle sue varie tonalità, si nutre fondamentalmente di rimandi all’ ordine cosmico, ad un ordine di società nelle mani provvidenti di Dio. L’ordine per eccellenza è quello che si realizza nel rapporto stretto e incessante tra la divinità e l’umanità. L’iconografia espressa con il mosaico collocato a S. Tommaso in Formis a Roma, fa irrompere nei molteplici spazi rappresentativi una iconografia ‘mai vista’ prima: la divinità prende per mano la temporalità: oltre l’appartenenza religiosa e il colore della pelle.<br />
Un’umanità scheggiata dalla sofferenza, dalle catene, e collocata nel sublime piano dell’oro, il metacolore dell’onnipotenza di Dio; su un piano che prelude e aggancia il tempo con l’eternità.<span id="more-621"></span></p>
<p><strong>I fatti, i segni dei tempi</strong><br />
Una relazione così stretta tra la divinità e l’umanità intera è espressione di ‘nuova connessione’ tra Dio e l’uomo; una sorta di complicità che sa di liberazione e di salvezza, che ancora oggi esprime un linguaggio universale e di immediata comprensione. Nel tempo della ‘postmodernità’ appare sempre più lucida l’esigenza dell’alternativa dell’approdo’, della solidità che proviene dall’ancora ‘gettata’. Il progetto che promana dal mosaico si colloca sul piano della speranza come alternativa e risposta ai sentieri senza sbocco della ‘paura liquida’.</p>
<p><strong>L’altra metà del simbolo</strong><br />
Il richiamo, oggi sempre più insistente attorno alla solidarietà e alla condivisione come ‘verità’ a disposizione dell’umanità intera, trova nel simbolo del mosaico un’alta forma di espressività: la gratuità e il servizio a chi è ‘incatenato’.<br />
Benedetto XVI, richiamando al dovere di coltivare la pace, rammenta di custodire il creato; ora la parte più nobile da custodire e preservare con somma cura è proprio l’uomo: ogni uomo; in modo eminente l’uomo che soffre. Quando l’emozione diventa affetto, diventa amore.</p>
<p>Oggi, a 800 anni dalla realizzazione del mosaico, si è sentita l’esigenza di reinterpretare quella immagine. L’artista Luciano Capriotti, ha proposto una rilettura in chiave moderna, attraverso la realizzazione di una scultura in bassorilievo di bronzo, pensando ad una umanità ormai riscattata e liberata dal Cristo risorto. Non a caso le figure dei due prigionieri hanno recuperato proporzioni reali, rispetto alla figura di Cristo. Le mani dei due prigionieri sono libere ed aperte. I due uomini le guardano e si guardano.<br />
La storia futura dipende dalla loro scelta responsabile. In terra sono rimaste le catene, i ceppi dell’ antica schiavitù e le armi: la spada e la scimitarra evocano i simboli delle due grandi religioni.</p>
<p>E dunque nelle mani e nei pensieri di questi uomini liberi e liberati il cammino della storia dell’umanità intera. La figura di Cristo ha le braccia allargate in un abbraccio universale. Anche il cerchio ed il quadrato, l’uno inscritto nell’altro, si rendono accoglienti nel movimento plastico della loro fattura. La croce rossa e blu dei Trinitari, che vuole evocare una missione di dialogo e di confronto rispettoso tra culture diverse, appare nella intersezione tra cerchio e quadrato, figure geometriche che alludono al senso dell’infinito, dell’eternità e della perfezione, per il mondo occidentale e quello islamico, rispettivamente.</p>
<p>Ai quattro angoli sono riportate la legenda del mosaico signum dell&#8217;Ordine dei Trinitari e della liberazione dei prigionieri, e due scritte in arabo inneggianti alla pacificazione e alla concordia.<br />
Rami di ulivo e raffigurazioni di piccoli animali che, come creature di Dio, cantano l’equilibrio planetario in senso ecologico ci riportano ai pensieri di pace e di armonia della natura.</p>
<p><em><strong>(P. Giulio Cipollone O.SS.T.)</strong></em></p>
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		<title>Santa Maria degli Angeli &#8211; Perugia (PG)</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 07:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Pacilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Santuari]]></category>

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		<description><![CDATA[
Santuario della Porziuncola – Basilica Patriarcale di Santa Maria degli Angeli
Frati Minori Francescani
06088 Santa Maria degli Angeli
Tel. 075.80511 (centralino) &#8211; Fax 075.8051418 &#8211; Tel. 075.8051430 (sacrestia)
(diocesi di Assisi &#8211; Nocera Umbra &#8211; Gualdo Tadino)
In auto: autostrada A1 Milano-Roma, uscita a Val di Chiana-Bettolle direzione Perugia, poi strada statale 75 Perugia-Foligno, uscita a S. Maria degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-619 aligncenter" title="santa-maria-degli-angeli" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/06/santa-maria-degli-angeli-300x281.jpg" alt="santa-maria-degli-angeli" width="300" height="281" /></p>
<p><em><strong>Santuario della Porziuncola – Basilica Patriarcale di Santa Maria degli Angeli<br />
Frati Minori Francescani</strong></em></p>
<p>06088 Santa Maria degli Angeli<br />
Tel. 075.80511 (centralino) &#8211; Fax 075.8051418 &#8211; Tel. 075.8051430 (sacrestia)<br />
(diocesi di Assisi &#8211; Nocera Umbra &#8211; Gualdo Tadino)</p>
<p>In auto: autostrada A1 Milano-Roma, uscita a Val di Chiana-Bettolle direzione Perugia, poi strada statale 75 Perugia-Foligno, uscita a S. Maria degli Angeli.<br />
In treno: linea Perugia, Foligno, stazione di Assisi.</p>
<p>Il Santuario della Porziuncola si trova a 6 km da Assisi, nella Basilica di S. Maria degli Angeli, uno dei maggiori Santuari d’Italia, sorto nei luogo dove è morto S. Francesco e dove ha avuto origine l’Ordine francescano.<span id="more-614"></span></p>
<p>La Chiesa fu iniziata nel 1569 e terminata nel 1679, su progetto di Galeazzo Alessi. Fu ricostruita nel 1840 da Luigi Poletti e nel 1928 fu rifatta fa facciata in stile barocco romano, con portico e loggia per le benedizioni, su progetti di Cesare Bazzani.<br />
Nella facciata una grande statua della Madonna in bronzo dorato, di Guglielmo Colasariti.<br />
Su tutto domina la grandiosa cupola dell’Alessi, cerchiata nel 1832.<br />
L’interno è a tre navate su pilastri, con cappelle laterali riccamente decorate di stucchi e affreschi (Pomarando, Sermei, Martelli, Garbi e Appiani).<br />
Sotto la cupola è situata la cappella della Porziuncola, oratorio risalente al X-XI secolo, dedicato a S. Maria degli Angeli.<br />
E’ il luogo in cui S. Francesco fondò l’Ordine francescano (1208) e dove dimorò più frequentemente, e in cui S. Chiara ricevette il saio (1212). La Porziuncola è una costruzione rustica, in sasso policromo, con affreschi esterni di Friedrich<br />
Overbeck, del 1829 (sul frontone) e dei ‘300-’400 sui fianchi; l’interno, a volta ogivale, è annerito dal fumo delle lampade; sull’altare Annunciazione e storie del Perdono, tavola di Prete Ilario da Viterbo, del 1393.<br />
Entrando nel presbiterio, a destra si trova la cappella del Transito, con un cancello in ferro battuto, che è la cella in cui S. Francesco morì disteso sulla nuda terra, il 3 ottobre 1226. All’interno affreschi cinquecenteschi dello Spagna e sull’altare trecentesco una statua del Santo, in terracotta smaltata di Andrea della Robbia (1490). Nell’abside un coro ligneo e un pulpito con intagli barocchi. Sotto l’altare maggiore si trova la cripta che conserva il dossale d’altare in terracotta, di Andrea della Robbia. A destra della Chiesa il celebre roseto senza spine e più avanti la cappella del roseto con affreschi di Tiberio d’Assisi (1506-16).</p>
<p>Festa di S. Francesco, 3-4 ottobre; indulgenza della Porziuncola, 1-2 agosto; festa dell’Assunta, titolare, 15 agosto; festa dell’immacolata, patrona dei Francescani, 8 dicembre.</p>
<p>Apertura: ore 6,15-12,30 e 14-20.</p>
<p><strong>TRATTO da :<br />
Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</strong></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Santuario del Sacro Corporale Orvieto (Terni)</title>
		<link>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/2010/06/17/santuario-del-sacro-corporale-orvieto-terni/</link>
		<comments>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/2010/06/17/santuario-del-sacro-corporale-orvieto-terni/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 13:26:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Buonaguro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Santuari]]></category>

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		<description><![CDATA[
ORVIETO (TR)
Santuario del Sacro Corporale
Piazza Duomo
05018 ORVIETO
Tel. 0763.41167
(diocesi di Orvieto-Todi)
In auto: autostrada A1 Milano-Roma, uscita a Orvieto.
In treno: linea Milano-Roma, stazione di Orvieto.
Il Santuario del Sacro Corporale, posto nel Duomo di Orvieto, è legato al miracolo di Bolsena. Nel 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla verità della transustanziazione, mentre celebrava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-611 aligncenter" title="Santuario-Sacro-Corporale-Orvieto" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/06/Santuario-Sacro-Corporale-Orvieto.jpg" alt="Santuario-Sacro-Corporale-Orvieto" width="220" height="200" /></p>
<p>ORVIETO (TR)<br />
Santuario del Sacro Corporale<br />
Piazza Duomo<br />
05018 ORVIETO<br />
Tel. 0763.41167<br />
(diocesi di Orvieto-Todi)</p>
<p>In auto: autostrada A1 Milano-Roma, uscita a Orvieto.<br />
In treno: linea Milano-Roma, stazione di Orvieto.</p>
<p>Il Santuario del Sacro Corporale, posto nel Duomo di Orvieto, è legato al miracolo di Bolsena. Nel 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla verità della transustanziazione, mentre celebrava la Messa presso la tomba di S. Cristina in Bolsena, vide delle gocce di sangue stillare dall’ostia consacrata, che si posarono sul corporale e sul pavimento. Corse dal Papa Urbano IV, che si trovava a Orvieto, il quale, verificato il prodigio, l’anno seguente istituì la festa del Corpus Domini. A Orvieto, per celebrare il prodigio, fu innalzato un tempio, sul luogo più elevato della città (1290), al quale si aggiunse la cappella del Corporale (1350) e la cappella Nuova (1408).<span id="more-610"></span></p>
<p>Il Duomo fu iniziato nel 1290 in forme tardo romaniche su disegno di Arnolfo di Cambio e proseguito dopo il 1300 in forme gotiche da Lorenzo Maitani, a cui successero tra gli altri Andrea e Nino Pisano, Andrea Orcagna (autore del rosone), Antonio Federighi nel primo Rinascimento, Antonio da Sangallo il Giovane, Michele Sammicheli e Giuseppe Valadier (1797-1806). La facciata, terminata nel ‘600, forma un monumentale trittico gotico ogivale, ornato di preziosi mosaici (rifatti nel ‘600-’700), che rivestono tutta la facciata, e di sculture, I quattro grandi pilastri sono rivestiti di tavole marmoree con bassorilievi del Maitani con la collaborazione di scultori senesi e pisani, e rappresentano scene del Vecchio e Nuovo Testamento e del Giudizio universale. Tra i pilastri di base si aprono tre portali, con imposte di bronzo; in quello centrale sono raffigurate le Opere di misericordia, rilievo di Emilio Greco (1964-70). Sulla lunetta Madonna con Bambino di Andrea Pisano. Nella parte superiore un magnifico rosone, inscritto in un quadrato, ornato di statue, e una decorazione musiva che occupa tutta la facciata. L’interno è a tre navate, con archi a tutto sesto, divise da colonne con ricchi capitelli, in stile romanico, mentre il transetto e il presbiterio sono in forme gotiche. Tutta la Chiesa è rivestita di preziosi affreschi.<br />
Nella navata destra si apre la cappella Nuova o cappella di S. Brizio, vero capolavoro dell’arte italiana affrescata in parte dal Beato Angelico e da Benozzo Gozzoli,e completata da Luca Signorelli con il famoso Giudizio Universale, che costituisce uno dei migliori cicli di pittura del Rinascimento.<br />
Nel presbiterio, dietro l’altare, si trova un grande Crocifisso ligneo di scuola del Maitani, e dietro un grande coro ligneo a tre ordini di stalli, intagliato e intarsiato. In fondo al braccio sinistro del transetto si apre la cappella del Corporale, con affreschi di Ugolino di Prete Ilario e aiuti, con simboli dell’Eucaristia e storie del Miracolo di Bolsena.<br />
Sull’altare si trova il tabernacolo marmoreo (1358) contenente il reliquiario del Corporale che viene esposto il pomeriggio di Pasqua e nella festa del Corpus Domini. Il reliquiario, opera di Ugolino di Vieri, è ornato di metalli preziosi e smalti con scene della Vita di Cristo. All’inizio della navata sinistra si trova un affresco della Madonna con il Bambino, di Gentile da Fabriano, del 1425.</p>
<p>Si celebra con solennità la festa del Corpus Domini.</p>
<p><strong>TRATTO da :<br />
Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mostri dell’Apocalisse e notti di streghe: la festa amara dei romani.</title>
		<link>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/2010/06/08/mostri-dell%e2%80%99apocalisse-e-notti-di-streghe-la-festa-amara-dei-romani/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 10:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Buonaguro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché il 24 giugno si festeggia, ma senza far rumore?

Vierà ccor una faccia da torzate / er corpo da ggigante e ll’occhio tristo:
e pper un caso che nun z’è mmai visto / nasscerà da una monica e dda un frate.
Giuseppe Gioachino Belli, La fine cler monno.
Enoch, bisnonno di Noè e padre di Matusalemme, alla “tenera” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Perché il 24 giugno si festeggia, ma senza far rumore?</h2>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-608 aligncenter" title="enoch-elia-nocchilia" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/06/enoch-elia-nocchilia.jpg" alt="enoch-elia-nocchilia" width="300" height="278" /></p>
<p><em>Vierà ccor una faccia da torzate / er corpo da ggigante e ll’occhio tristo:<br />
e pper un caso che nun z’è mmai visto / nasscerà da una monica e dda un frate.</em><br />
<strong>Giuseppe Gioachino Belli, La fine cler monno.</strong></p>
<p>Enoch, bisnonno di Noè e padre di Matusalemme, alla “tenera” età di 365 anni, invece di morire, fu “rapito” da Dio e portato in un luogo segreto, insieme, si dice, anche al profeta Elia. Non si sa bene dove si siano cacciati questi due eroi dell’Antico Testamento, di certo c’è solo l’immenso amore provato da Dio nei loro confronti, tanto immenso da risparmiare loro anche la morte.</p>
<p>Un millennio e passa più tardi l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto li ritroverà nel Paradiso terrestre, loro due più San Giovanni Evangelista, a formare praticamente un club privato dei graditi al signore. Questi tre nomi sono quindi importantissimi per il bene spirituale dell’umanità. Gli stessi tre nomi a Roma, invece, sono sinonimo di una festa dai risvolti amari, anche se dedicata alla concordia.<span id="more-606"></span></p>
<p>Per i visitatori che secoli fa provenivano dai Castelli, le Mura Aureliane e l’antica porta che si apriva sul Laterano dovevano apparire avvolte da una selva di acacie, filari di vigne, castagni e osterie a ogni metro. Roma era subito dopo quell’ultimo tratto di campagna, le due realtà vivevano gomito a gomito, separate da spessi mattoni e da un portalone imponente, ma in stretto collegamento. Ma se il visitatore fosse arrivato di notte, un 24 di giugno, giorno della festa di San Giovanni, lo spettacolo dei fuochi, le osterie imbandierate, le mille lucine che decoravano le case del quartiere a forma di zucche e di teschi, lo avrebbero fatto piombare in una specie di allucinazione demoniaca, in un delirio onirico impossibile da decifrare.</p>
<p>Non è vero. Cioè sarebbe vero soltanto per i turisti che approdano a Roma adesso che nessuno sa più che cosa si festeggiava il 24 giugno. Perché un visitatore dell’epoca sarebbe arrivato sapendo benissimo che intorno alla porta, da sempre, ma con rinnovato vigore soprattutto dall’Ottocento in poi, quel giorno, anzi quella notte di inizio estate si festeggiavano alcune cose. San Giovanni (e quindi uno dei principali “Capitoli” della città), le lumache in umido, la concordia fra gli amici e la cacciata dalle streghe che, proprio col calare della luna, invadevano la città durante il loro viaggio verso il Gran Noce di Benevento dove si teneva (si tiene?) un annuale, quanto temutissimo, Sabba.</p>
<p>Tornando a Enoch ed Elia, invece, e considerando l’ego spropositato che contraddistingue una città con il passato di Roma, si sappia che la data in questione fornisce anche una risposta alla domanda posta all’inizio di questo capitolo. Il 24 giugno era chiaro a tutti che Enoch ed Elia si trovavano a Roma, per la precisione sotto la Scala Santa, dove sorvegliavano non soltanto l’approdo al Sancta Sanctorum di Santa Madre Chiesa (non c’è al mondo un luogo più sacro di questo, recita l’iscrizione proprio all’ingresso), ma anche le rotule dei fedeli che la salivano in ginocchio per garantirsi l’immunità dai peccati e attendevano la fine del mondo, durante la quale erano incaricati di combattere l’Anticristo e, possibilmente, sconfiggerlo.</p>
<p>Sotterrati da millenni i due personaggi dell’Antico Testamento avevano finito per fondersi in un unico mostro sinonimo di Apocalisse che in città complice un dialetto sempre portato a giochi di parole di ogni tipo si finì per chiamare Er Nocchilia. Svegliarlo equivaleva a dare vita al cancan che avrebbe finito per determinare la fine del mondo conosciuto. Non farlo, in una notte come il 24 giugno, caratterizzata dalla veglia e dal carattere rumoroso e carnevalesco (il rumore, inoltre, serviva a tenere le streghe lontane), appare come un gioco di prestigio degno di un virtuoso.</p>
<p>Urlare piano, gridare a bassa voce, ubriacarsi con moderazione sono praticamente ossimori del divertimento popolare. Eppure quella notte si doveva far festa ma senza far troppo rumore, pena l’avvio dell’Armageddon.<br />
Un divertimento schizofrenico, questo era previsto per la notte delle streghe. Oppure viene da pensare che l’Apocalisse sarebbe potuta anche arrivare, ma nessun romano si sarebbe mai privato dello spettacolo dei carciofari d’Abruzzo (complessini formati da due arpe, un violino e un triangolo) o delle canzoni di San Giovanni che, a partire dal 1891 e almeno fino al 1931, hanno gareggiato in una competizione canora capace di promuovere dei veri e propri “inni” della canzone dialettale (Nina, si voi dormite e Barcarolo romano, fra tutte). Né, figuriamoci, i romani avrebbero mai rinunciato alla rituale abboffata di lumache in umido che serviva sia per evocare il diavolo ed esorcizzarlo (si pensi alle corna) che per fare pace con chi si aveva avuto qualche screzio (si pensi sempre alle stesse corna che all’epoca significavano discordia e non infedeltà coniugali).</p>
<p>La festa andava più o meno così: al tramonto si usciva di casa lasciando sulla soglia una scopa di saggina e una ciotola di sale grosso. In questo modo le streghe, curiose per natura, avrebbero passato tutta la nottata a contare i grani di sale o i fili di saggina della scopa, senza aver il tempo di lanciare fatture sulla casa visitata. Compiuta la “contro-magia”, mascherati (il costume da papessa Giovanna andava per la maggiore, un po’ per il luogo, un po’ per il carattere pagano e blasfemo della celebrazione) e protetti da corone d’aglio e altri oggetti scaramantici i partecipanti alla festa si recavano nella zona del Laterano per ascoltare la musica delle bande e mangiare lumache.</p>
<p>Durante la cena si faceva pace, si rinsaldavano amicizie e si chiarivano i problemi, probabilmente secondo un’usanza antichissima, in voga nell’antica Roma, quando al posto delle streghe si celebravano le Carise (le Grazie) durante una festa dedicata alla dea Concordia.<br />
I monaci di San Giovanni e di Santa Croce in Gerusalemme contribuivano accendendo torce e fuochi lungo la strada e tutti gli abitanti della zona decoravano le strade con migliaia di lucine. Il buio si scongiurava con la luce, le streghe venivano allontanate da una scopa e da una manciata di sale e l’Apocalisse si teneva buona cercando di fare meno rumore possibile.</p>
<p>Ce n’è abbastanza per pensare che una festa scatenata come il 24 giugno, una specie di Carnevale fuori stagione, fosse vissuta con un minimo di senso di colpa da un popolo troppo soggiogato dai precetti della Chiesa. E che anche Er Nocchilia altro non fosse che un’eco di quella colpa per essersi divertiti troppo.<br />
Oppure che a Roma, dove si faceva a coltellate per un’occhiata storta, c’era bisogno di scomodare il Sabba annuale delle streghe, due personaggi biblici fra i più famosi, il Battista nel giorno che lo celebrava e istituire una festa grandiosa cui tutta la città partecipava solo per trovare il coraggio di fare pace e stringersi la mano davanti a un fiasco di vino e a un piatto di lumache annegate nel sugo.</p>
<p><strong>TRATTO da :</strong><br />
<em>101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma &#8211; 2008</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Santuario Santa Maria Liberatrice VITERBO (VT)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 07:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Buonaguro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Guide]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[
VITERBO (VT)
Santuario Santa Maria Liberatrice
Frati Agostiniani
Chiesa della SS. Trinità
Piazza della Trinità, 8
01100 VITERBO
TeI. 0761 .342808
(diocesi di Viterbo)
In auto: autostrada Al Milano-Roma, uscite a Orte, poi superstrada per Viterbo (33 km), oppure Via Cassia Roma-Viterbo.
In treno: linea Roma-Viterbo o Orte-Viterbo, oppure autobus Roma (Saxa Rubra)-Viterbo.
Nel 1256 i Frati Agostiniani si trasferirono sul colle della Trinità dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-600 aligncenter" title="viterbo-panoramica" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/05/viterbo-panoramica.jpg" alt="viterbo-panoramica" width="300" height="210" /></p>
<p>VITERBO (VT)<br />
Santuario Santa Maria Liberatrice<br />
Frati Agostiniani</p>
<p>Chiesa della SS. Trinità<br />
Piazza della Trinità, 8<br />
01100 VITERBO<br />
TeI. 0761 .342808<br />
(diocesi di Viterbo)</p>
<p>In auto: autostrada Al Milano-Roma, uscite a Orte, poi superstrada per Viterbo (33 km), oppure Via Cassia Roma-Viterbo.<br />
In treno: linea Roma-Viterbo o Orte-Viterbo, oppure autobus Roma (Saxa Rubra)-Viterbo.</p>
<p>Nel 1256 i Frati Agostiniani si trasferirono sul colle della Trinità dove costruirono una Chiesa e un Convento. Verso il 1315, nella cappella di S. Anna, costruita nella Chiesa della Trinità, fu affrescata un’immagine della Vergine che prese il titolo di «Liberatrice» da un evento miracoloso avvenuto il 28 maggio 1320: sulla città stava scatenandosi un violento uragano, quando nel cielo apparve l’immagine della Vergine, simile a quella custodita nella cappella di S. Anna, che salvò la città.<span id="more-599"></span></p>
<p>Il Santuario della Madonna Liberatrice, fu edificato in stile gotico nel 1258, a tre navate con maestosa cupola affrescata da Giuseppe Toeschi. L’immagine miracolosa della Vergine di Gregorio e Donato D’Arezzo del 1320 è chiusa da sportelli d’argento, ed è situata in un affresco sulla parete laterale della Cappella di S. Anna, edificata nel 1296. Nel 1680, l’immagine fu tagliata dal muro e portata nell’attuale grande cappella eretta in suo onore, nel 1715 fu decorata con<br />
corona d’oro. Accanto al Santuario c’è un bel chiostro rinascimentale (1513), che, verso i primi del secolo XVII verrà decorato da Marzio Ganassino e Giacomo Cordelli con affreschi raffiguranti la vita di S. Agostino. Nel 1727 fu costruita una nuova chiesa su progetto dell’architetto romano Giovan Battista Gazale, che prelude già al neoclassicismo. Qui si trovano preziose tele: una Deposizione, di scuola fiamminga (seconda metà del XVI secolo), una tavola a fondo oro del 1532 con Cristo e i Santi Pietro e Paolo, il martirio di S. Agata, di Vincenzo Strigelli, S. Nicola da Tolentino e la Vergine della Cintura, di G. Francesco Bonifazi. L’opera principale è la tela che raffigura S. Tomaso da Villanova che assiste i poveri, di Domenico Corvi (1795).</p>
<p>Festa solenne il giorno di Pentecoste, anniversario del grande miracolo, preceduto da solenne processione.<br />
Festa di S. Agostino (28 agosto), di S. Rita (22 maggio).</p>
<p>Si celebrano tre S. Messe feriali e cinque S. Messe festive.<br />
Apertura: ore 6,15-12 e 16-19.</p>
<p><strong>TRATTO da :<br />
<em>Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Perché i romani furono i primi a entrare in un museo?</title>
		<link>http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/2010/05/11/perche-i-romani-furono-i-primi-a-entrare-in-un-museo/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 07:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Buonaguro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[clemente xii]]></category>
		<category><![CDATA[Musei capitolini]]></category>

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		<description><![CDATA[I Musei Capitolini: un regalo di Clemente XII al suo popolo


Non si conosce il numero di visitatori per il primo giorno di apertura della collezione dei Musei Capitolini. Si sa invece l’anno di questo evento e l’artefice di un regalo culturale di questa fatta: 1734, Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsivi. Da quel momento in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I Musei Capitolini: un regalo di Clemente XII al suo popolo</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><img class="size-full wp-image-604 aligncenter" title="clemente-xii" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/05/clemente-xii.jpg" alt="clemente-xii" width="205" height="250" /><br />
</strong></p>
<p>Non si conosce il numero di visitatori per il primo giorno di apertura della collezione dei Musei Capitolini. Si sa invece l’anno di questo evento e l’artefice di un regalo culturale di questa fatta: 1734, Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsivi. Da quel momento in poi il popolo di Roma fu il primo cui venne regalato un museo. Cioè uno spazio dove le antichità e l’arte fossero fruibili da tutti e non solo dai proprietari. Sale, targhette, uscieri, passamaneria e scaffali, queste parole sono entrate a far parte del vocabolario museale grazie alla generosità di un papa con la mania delle collezioni antiquarie e con lo scrupolo di farne godere un pezzettino anche ai romani e non solo alla nobiltà che, d’altro canto, già disponeva di un immenso patrimonio di antichità accumulato in secoli e generazioni di “recuperi” nel sottosuolo dell’Urbe e soprattutto fra i confini delle loro proprietà.<span id="more-603"></span></p>
<p>In ogni caso, di quel giorno, non ci sono giunte notizie. Non si sa se qualcuno cercò di non pagare il biglietto o se qualche bambino si spaventò alla vista dell’immensa testa di Costantino o del bronzo che ritraeva la Lupa capitolina. Del resto, il fatto stesso che Clemente XII si sia speso per l’apertura del primo museo pubblico del mondo moderno passa sensibilmente in secondo piano davanti all’elenco di cose fatte durante il suo pontificato. La Fontana di Trevi, questa sì che è una notizia che tutti conoscono. Niccolò Salvi, l’architetto che la progettò, pare che fu scelto dal papa in persona nel 1732, praticamente all’indomani della sua elezione al soglio pontificio, ma del papa si conosce pure l’atto di condanna — con tanto di bolla — contro la massoneria, promulgato nel 1738, due anni prima di morire, con il concorso non sempre onesto dei suoi più fidi collaboratori, primo fra tutti il cardinal nipote Neri Corsini.</p>
<p>La lenta trasformazione del Campidoglio da palazzo dedicato all’esercizio del potete laico a museo pubblico, comunque, era già Cominciata da secoli. E come spesso accade a Roma, l’ultimo che si ritrova a completare il lavoro è anche chi verrà ricordato da tutti come “l’artefice”. Ebbene, questo è quanto capitò anche per una parte delle collezioni custodite a Palazzo Nuovo e a Palazzo dei Conservatori la cui storia quindi ha inizio alcuni secoli prima, nel 1471, quando Sisto IV decise di spostare dal Laterano (sempre più in rovina) al colle capitolino la parte del mare di ruderi recuperati dai siti antichi che, fino a quel momento, aveva fatto gioco per la diffusione e per l’accettazione del potere della Chiesa. Così, in Campidoglio, ci finirono la lupa di cui sopra (sotto le cui insegne per tutto l’Alto Medioevo si eseguivano condanne e si leggevano sentenze), il testone di Costantino e la sua manona e poi, più tardi, un po’ prima che Michelangelo ci mettesse le mani anche la statua di Marco Aurelio, che era stata testimone dei moltissimi rivolgimenti pubblici di Roma nel suo passato.</p>
<p>Il colpo gobbo cioè il cuore della raccolta pero si deve unica mente a papa Corsini. Fu lui infatti ad acquistare per 66.000 scudi d’oro oltre quattrocento sculture della collezione che il cardinale Albani (il protettore di Winckelmann appassionato di archeologia e belle donne) aveva sapientemente racimolato  nella sua villa sulla Salaria fin dall’inizio del secolo. Era il 1733, un anno prima dell’inaugurazione. Il motivo di un’acquisizione cosi sostanziosa e onerosa per le casse dello Stato nasce dal pericolo in cui versavano le antichità della capitale. Erano ormai anni che le raccolte più famose, quelle di proprietà dell’aristocrazia prendevano il largo verso l’estero per pagare i conti di famiglie una volta potenti e adesso in lotta perenne contro la decadenza. Era uno stillicidio di “pezzi” importantissimi e un dolore per il papa amante dell’antiquariato che aveva già in mente di aprire al pubblico la preziosa biblioteca di famiglia, cosa che poi fu effettivamente fatta solo nel 1754, in seguito all’acquisto di Palazzo Rianio sulla Lungara, dove trovarono spazio i volumi contenuti nella prima Biblioteca Corsiniana, accresciuti dagli acquisti del cardinal nipote.</p>
<p>Fu per questo, quindi, probabilmente per non rischiare di vedersi soffiare la “storia di Roma” da sotto il naso grazie ai maneggi di qualche altro acquirente forestiero, che Clemente si comportò più che da pontefice da capo di uno stato sovrano e reclamò per la città i beni del cardinale Albani. Con questi aprì così il primo museo pubblico del mondo occidentale. E per pagare i costi necessari al suo mantenimento utilizzò i proventi del gioco del lotto (oggi fra i metodi più comuni per finanziare i musei), da lui riammesso fra le attività lecite nel 1731 e impiegato, pure, per inaugurare il collegio delle “zoccolette” nell’omonima via.</p>
<p>Rimane il fatto che non si sa come questa collezione fu accolta dal popolo destinatario del regalo. Di sicuro i romani si sentirono un pochino più consci del proprio ruolo nella storia, anche se probabilmente i primi visitatori furono i molti intellettuali stranieri che nell’Urbe, all’epoca, adoravano trascorrere vacanze avventurose a colpi di acquerelli, annotazioni e passeggiate fra i ruderi sotto il sole torrido che ha sempre caratterizzato le stagioni calde nella Città Eterna.</p>
<p>Di quel momento, insomma, non ci resta proprio nulla? No, a parte il museo in sé che comunque è molto cambiato e si è molto ampliato da allora, dell’epoca rimane l’allestimento di alcune sale, le più belle. Passeggiando nella Sala dei Filosofi, per esempio, si ha ancora la sensazione di essere in quel primo giorno di apertura. E ci si può ancora sentire parte di una piccola casta di privilegiati: quelli a cui il papa regalò un museo. Lo fece per evitare di veder volare via la memoria monumentale di Roma. Ma poco importa. Piace pensare che sia stato un dono disinteressato, qualcosa per far sgranare gli occhi al popolo sovrano. Un posto in cui i bambini si sarebbero potuti spaventare davanti al “capoccione” di un imperatore o al ghigno della lupa fondatrice. Un posto di tutti.</p>
<p><strong>TRATTO da :<br />
<em>101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma &#8211; 2008</em></strong></p>
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		<title>Santuario Santa Maria delle Grazie VELLETRI (ROMA)</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 14:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Buonaguro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[
VELLETRI (ROMA)
Santuario Santa Maria delle Grazie
Piazza S. Clemente
00049 VELLETRI
Tel. 06.9632512
(diocesi di Velletri-Segni)
In auto: Via Appia Roma-Velletri e linea Castelli romani (38 km da Roma).
In treno:. linea Roma-Velletri, stazione di Velletri.
La Cappella della Madonna delle Grazie si trova nell’antica Cattedrale, fondata intorno al v secolo, rifatta
nel XVI e XVII secolo, dedicata a S. Clemente Papa, terzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-595 aligncenter" title="santuario-santa-maria-delle-grazie" src="http://www.associazioneturismoreligioso.org/blog/wp-content/uploads/2010/05/santuario-santa-maria-delle-grazie.jpg" alt="santuario-santa-maria-delle-grazie" width="275" height="229" /></p>
<p>VELLETRI (ROMA)<br />
Santuario Santa Maria delle Grazie<br />
Piazza S. Clemente<br />
00049 VELLETRI<br />
Tel. 06.9632512<br />
(diocesi di Velletri-Segni)</p>
<p>In auto: Via Appia Roma-Velletri e linea Castelli romani (38 km da Roma).<br />
In treno:. linea Roma-Velletri, stazione di Velletri.</p>
<p>La Cappella della Madonna delle Grazie si trova nell’antica Cattedrale, fondata intorno al v secolo, rifatta<br />
nel XVI e XVII secolo, dedicata a S. Clemente Papa, terzo successore di Pietro.<br />
Nel 1946 iniziano i lavori di restauro del dopoguerra, per opera del Cardinale Clemente Micara a cui si deve la tela centrale del soffitto e le vetrate di Hajnal.</p>
<p>La Cappella della Madonna delle Grazie è in stile barocco. La prodigiosa immagine, dipinta su tavola, risale alla fine del XIV secolo, opera di artista di scuola senese o orvietana e raffigura la Madonna con Bambino. La Cappella è del 1636 e nel 1682 l’immagine fu incoronata dal Capitolo Vaticano. Nel 1685 il quadro fu ricoperto da una veste argentea e si trova al centro di un artistico altare. Le pareti laterali della Cappella sono coronate da lunette affrescate: a sinistra, l’Incoronazione della Vergine, a destra, l’Annunciazione.<span id="more-594"></span></p>
<p>Nell’altare di sinistra si trova un bell’affresco seicentesco raffigurante l’Adorazione dei pastori di Ubaldo Romanelli. Il cancello che chiude la Cappella è opera dell’arch. Girolamo Romani (1856). La Cattedrale è ricca di affreschi del XIV-XV secolo. A fianco della porta della sacrestia e nel coro si possono ammirare affreschi su Maria e Santi Patroni. La Cappella di S. Geraldo è architettonicamente la più bella opera di Francesco Fontana: l’altare è ornato da quattro colonne con capitelli corinzi, donate dal Cardinal Francesco Barberini; sugli spioventi del timpano due grandi Angeli lignei adorano la Croce. Il quadro dell’altare è opera di Ippolito Zapponi (1858), nell’urna è racchiuso il corpo del Santo Vescovo Geraldo.</p>
<p>La festa della Madonna delle Grazie si celebra la prima domenica di maggio, il sabato precedente si tiene la processione dei «ceri» con un solenne cerimoniale Il 26 agosto si celebra la festa del Patrocinio, in memoria di un terribile terremoto che risparmiò la città di Velletri per intercessione della Madonna delle Grazie.<br />
E&#8217; aperto dalle 7 alle 12 e dalle 16 alle 19:30</p>
<p><strong>TRATTO da :<br />
<em>Guida ai Santuari d’ Italia – G. Farnedi – Piemme Pocket 2006</em></strong></p>
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