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Credo che una delle principali sfide che i relatori pubblici dovranno affrontare nei prossimi anni sia quella di diffondere la cultura della comunicazione e delle relazioni pubbliche nelle piccole imprese. Nel termine comprendo anche le micro imprese con pochi o pochissimi dipendenti.
I relatori pubblici si troveranno di fronte a un duplice impegno: perseguire un’espansione sia in senso orizzontale sia in senso verticale.
La prima sarà costituita dall’azione di consolidamento della cultura delle relazioni pubbliche negli ambienti dove già è praticata. Nelle grandi strutture organizzative dove la comunicazione è diffusa e abituale si tratterà per esempio di tenere il passo con le sfide imposte dal web, aggiornando prima il proprio atteggiamento mentale nei confronti dei social media e di tutti gli ambienti virtuali, e poi le proprie competenze tecnico-relazionali specifiche. Oppure sarà lo sforzo di rendere sempre più parallela e a due vie la comunicazione con i pubblici rilevanti. L’emancipare le relazioni pubbliche dalla sudditanza al marketing. Il far sì che in un’organizzazione si creino funzioni riconosciute per tutte le forme di comunicazione non di prodotto (finanziaria, interna, ambientale, public affairs, etc.).

L’uso delle parole, si sa, cambia con il tempo. Non è solo questione di evoluzione di una lingua per seguire il progresso scientifico. Nessuno sentiva il bisogno di inventare il vocabolo “aeroplano” finché qualcuno non si mise a costruire quelle che, inizialmente, venivano chiamate “macchine volanti”. Fino a una decina d’anni fa la parola “telefonino” era un vezzeggiativo, un diminutivo per indicare un “piccolo telefono”, cioè un giocattolo per bambini o un soprammobile. Oggi identifica quel mezzo di comunicazione di messaggi (parlati o scritti) e di sé (status symbol), che hanno anche i bambini di dieci anni.
Una crisi è un evento imprevisto e destabilizzante che deve essere affrontato in modo rapido e competente e con solidi valori alla base.
Fra i principali fattori che espongono al rischio di crisi c’è la turbolenza ambientale; infatti, quando una crisi nasce e cresce nel macro ambiente esterno è di solito fuori dal controllo di una società.
L’ambiente esterno è basilare all’ideazione della strategia da parte di un’azienda, che ne tiene conto nella sua analisi conosciuta con l’acronimo PEST.
Tagliare la comunicazione, magari sperando che nascondersi serva a risparmiarsi danni maggiori, peggiora la crisi, invece di attenuarla e di mettersi sulla strada per sconfiggerla. È una strategia masochista che porta a un’ulteriore contrazione dei consumi. Io non nego che la crisi ci sia e sono consapevole della sua profondità.
Però il loop fra crisi reale, drammatizzazione dell’annuncio, misure anticrisi e sfiducia è diventato un vortice velocissimo e le aziende non riescono a fermarlo. Voglio dire che occorrono iniezioni di fiducia e la capacità di distinguere fra congiuntura e crisi strutturale. Se i piani si confondono non se ne esce.


