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I monaci Benedettini non rimasero chiusi nei loro monasteri, ma si dedicarono attivamente alla diffusione del messaggio cristiano e, anche con il sostegno di papa Gregorio Magno (590-604), si diffusero prima in Italia e poi al di là delle Alpi. Di particolare importanza fu l’opera di evangelizzazione svolta nelle aree britanniche e germaniche nel VII e VIII secolo, grazie all’ospitalità dei monasteri colombaniani fondati da San Colombano specie quello di Bobbio che li ospitò a partire dal 643, dopo la distruzione di Montecassino e la persecuzione da parte dei Longobardi.
Molto conosciuto è il ruolo che svolsero in campo culturale: per quanto la regola benedettina non imponga direttamente e in modo coercitivo ore dedicate allo studio, ne accenna l’importanza. Da qui iniziò il processo di produzione di manoscritti, che sarebbe diventato in qualche modo precipuo durante il corso del medioevo. Alla produzione di codici di argomento religioso affiancarono il paziente lavoro di copiatura di testi antichi, anche scientifici e letterari. Tra l’altro il loro elevato livello culturale e la loro capillare diffusione sul territorio indusse Carlo Magno ad affidare proprio ai benedettini il compito di organizzare un sistema regolare di istruzione.
“Ti ho lodato sette volte al giorno”,questo sacro numero di sette si esprime nei momenti di preghiera: Lodi,Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta.
Prima dell’alba il monaco si alza al suono della campana e si reca in chiesa per la recita dell’ufficio notturno, che termina con le lodi mattutine. Al termine di questo spazio di tempo riservato alla preghiera, il monaco inizia il proprio lavoro che non interrompe più sino alla Messa conventuale, centro di tutta l’ufficiatura e punto culminante della vita monastica.
La campana dell’Angelus ricorda l’ora del pranzo: nel refettorio l’Abate benedice la mensa ed il lettore che, come vuole la regola, leggerà un brano di Santa Scrittura durante il pasto. Dalla lettura ad alta voce deriva naturalmente la legge del silenzio per evitare ogni diminuzione di raccoglimento.
San Benedetto, o meglio il suo alto spirito, è una presenza sicura e luminosa che risplende nelle oasi benedettine di Trisulti, Casamari e Cassino. Le tre magnifiche abbazie sono la rappresentazione concreta dell’ideale benedettino che prevedeva l’autosufficienza monastica e una architettura armoniosa e funzionale.
Questi tre pilastri della spiritualità raccontano i percorsi e definiscono le tracce di monaci ed eremiti che fondarono chiese, abbazie o piccoli romitaggi in secoli lontani. E armoniosa e possente è Trisulti, immersa nei boschi del monte Rotonaria. Nacque nel 1000 ad opera dei benedettini e oggi è affidata alle cure dei cistercensi di Casamari.
San Benedetto nella Regola menziona gli ambienti ed i ruoli chiave dell’organizzazione monastica con grande esattezza: l’oratorio, il dormitorio, il refettorio, la cucina, i magazzini, l’infermeria, il noviziato, gli ambienti per gli ospiti e indirettamente, il capitolo, l’abate, il priore, il cellario, l’infermiere ecc.
L’ampiezza delle comunità monastiche variavano enormemente in funzione della ricchezza e del prestigio: alcune erano piccolissime, altre (poche) potevano accogliere anche 900 monaci. In media però ne riunivano da 10 a 50 perché l’Abate doveva conoscere e seguire i suoi monaci e guidarli come un padre spirituale.
Solitamente costruito vicino ad un corso d’acqua, l’intero complesso monastico era orientato in modo che l’acqua poteva essere convogliata verso le fontane e la cucina prima di raggiungere la lavanderia ed i bagni.
Le origini della struttura del tipico monastero rimangono oscure. Probabilmente i monaci si rifecero in parte alle ville romane, edifici a loro familiari e costruite su uno schema unico in tutto l’Impero. D’altra parte i monaci, quando potevano, stabilivano le loro comunità in edifici preesistenti, spesso proprio delle ville di origine romana che poi adattavano alle loro esigenze. A volte occupavano anche edifici precedentemente dedicati a culti pagani.


